«Arrivare a tutti, arrivare presto, arrivare con i mezzi moderni, prima che il nemico occupi il campo…».  Vorrei partire proprio da questa frase del beato don Alberione, il fondatore della Famiglia Paolina che ebbi la fortuna di conoscere nel 1969, per introdurre il tema e per far capire l’urgenza assoluta di una strategia massmediatica da parte degli educatori (genitori e insegnanti, cattolici e non) interessati alla crescita armoniosa dei giovani.
Comincerei, da cronista, raccontando ciò che mi accadde nel 1976, quando lavoravo come inviato presso Famiglia Cristiana: mi trovavo a Los Angeles per un importante convegno internazionale sui metodi naturali di controllo delle nascite: avrei dovuto, tra l’altro, intervistare i coniugi Lyn e John Billings, due medici australiani che hanno messo a punto il loro famoso “metodo” naturale per il controllo della natalità, diffuso ormai in tutto il mondo. Fu proprio il nostro settimanale a lanciarlo con un inserto di 16 pagine che sarebbe stato poi seguito da un volume edito dalla San Paolo e che avrà prossimamente una ristampa aggiornata come da accordo intercorso col senatore Bompiani, direttore del Centro per la Fertilità del Policlinico Gemelli di Roma.
Tra i partecipanti al Convegno c’era anche lo scienziato Jerôme Lejeune, lo scopritore del gene del mongolismo, un’autorità di fama mondiale oltre che un cattolico coraggioso e impegnato (il Papa, quando nel 1997 si recò a Parigi in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù  andò a pregare sulla sua tomba). Lejeune cominciò col mostrarmi un documento segreto della massoneria che lui aveva avuto da un pentito, in cui si delineava la strategia per i prossimi 20-30 anni soprattutto attraverso i media con l’obiettivo di colpire al cuore la famiglia. Mi spiegò che, vinta ormai dai laicisti la battaglia del divorzio (era stato effettuato il referendum abrogativo in Italia nel maggio 1974, e lo si era perso), ci sarebbe stata da noi la campagna pro-aborto. A quel punto io obiettai che i cattolici italiani si sarebbero opposti a questa legge, ma lui replicò: «Non si faccia illusioni, col bombardamento dei media riusciranno a far cambiare opinione anche a tanti battezzati». Poi mi preannunciò altre massicce offensive a favore della contraccezione (il più grande business mondiale dopo quello delle armi secondo un rapporto presentato da un cattolico al Senato USA), dell’omosessualità, delle coppie di fatto, della manipolazione genetica a scopi terapeutici (utilizzando gli embrioni) e infine, ultimo anello, dell’eutanasia. Confesso che quella prognosi sul momento mi lasciò perplesso: pensavo a Lejeume come a un “profeta di sventure”. Ora, se guardo quegli appunti, devo constatare che aveva ragione. E tutto questo è avvenuto attraverso i mass media senza quasi che anche la stragrande maggioranza dei cattolici se ne accorgesse.
Questo esempio ci dà un’idea della rivoluzione che i mass media hanno attuato nel campo del costume; ma anche in altri campi, come vedremo, compreso quello religioso.
E allora vediamo che tipo di rapporto ci deve essere con i mass media in famiglia e nella scuola. Come si informa la famiglia oggi? Il principale mezzo a cui oggi essa attinge per informarsi è la televisione, giustamente definita L’ospite fisso.
Nella tipologia dei programmi televisivi l’informazione occupa circa il 15%, gli spettacoli di varietà il 3%, i giochi il 4%, i talk-show il 6%, lo sport il 5%, i cartoni il 7%, il costume il 9%, i film il 21%, le serie il 20%, altro il 10% (e in questo accanto a Ulisse, Stargate, Geo&Geo, i programmi religiosi, troviamo purtroppo anche la pornografia: Telelombardia ad esempio dopo le 23 proietta spogliarelli e filmetti girati nei postriboli dell’epoca in bianco-nero di una banalità e volgarità indicibili, senza che nessuno protesti).
Proprio questa larga gamma di proposte si sovrappone a quelle degli altri media (radio, cinema, quotidiani e periodici), assumendone alcune loro funzioni vicarie: si può guardare la tv “come” se si fosse al cinema o “al posto” di andare al cinema; oppure “come” andare allo stadio (i miei vicini di casa quando ci sono partite importanti urlano al gol come fossero a San Siro o all’Olimpico); oppure c’è che usa la tv come radio, solo per sentire delle voci o per compagnia (più cresce l’anonimato nei condomini delle grandi città, dove si fa fatica a parlarsi e a conoscersi, e più si è portati ad immergersi in questo mondo virtuale), e così via. Sta di fatto che c’è almeno un televisore in ogni famiglia, e in parecchie più di uno. La tv è guardata a volte insieme, altre volte con modalità e tempi diversi. E’ attorno ad essa che ruotano le attività familiari e domestiche; non solo, ma l’esposizione al medium televisivo è di gran lunga maggiore e più frequente che a tutti gli altri media.
Davanti a questa sfida, è necessario dare una risposta alla domanda che viene spontanea: i mass media sono un rischio o una risorsa? Diciamo subito che i mezzi di comunicazione di per sé sono neutri, dipende da come si usano. Concetto che parrebbe elementare, ma che non si è affermato subito. Se ad esempio guardiamo la tormentata storia dei rapporti della Chiesa coi mass media vediamo che si è passati gradualmente da un atteggiamento iniziale di diffidenza-ostilità-controllo ad un loro uso per l’evangelizzazione e la crescita umana.
La stessa domanda ce la siamo posta recentemente anche di fronte all’esplosione di Internet e dei cellulari, perché le statistiche più recenti ci dicono che nel rapporto costante della famiglie italiane con i media, il cellulare ha ormai sorpassato la radio, piazzandosi al secondo posto dopo la TV, seguito dalla radio, dai quotidiani, dai libri, dai periodici, dal computer con Internet, ecc.
Ma cominciamo dalla televisione. Al riguardo ci sono due posizioni prevalenti: quella degli ottimisti e dei pessimisti. Per i primi occorre sfatare un luogo comune secondo cui la televisione “spegnerebbe” le dinamiche interpersonali: si è notato invece – essi sostengono – che essa vi si innesta, anzi le fa uscire allo scoperto. E, parallelamente, sempre secondo loro, non è vero che la famiglia sia del tutto indifesa di fronte alle proposte mediali; al contrario, si è avuto modo di rilevare come il nucleo ed i suoi membri filtrino e metabolizzino quanto fruiscono attraverso lo schermo, e come lo reinterpretino e spesso se ne servano al di là della lettura di quanto viene detto o mostrato, in base alle proprie esigenze e alla propria storia. Occorre uscire – ripetono convinti – dalla mentalità che considera i media e la famiglia due realtà contrapposte o due estranei costretti a incontrarsi; questa visione non corrisponderebbe alla realtà dei fatti.
Si può essere d’accordo su questo, nel caso di famiglie in cui non si evadano le proprie responsabilità. E’ vero infatti che i giornali, il cinema e, in primis, la tv non hanno tutte le colpe che sono spesso loro attribuite; più che operare in prima persona, infatti, essi portano allo scoperto quello che nell’ambito domestico è latente; favoriscono il nascere di complicità e di conflitti, di responsabilità o di fughe, ma solo se già trovano un terreno predisposto; svolgono funzioni di supplenza quando incontrano vuoti, mentre la loro azione rimane circoscritta quando si inseriscono in tessuti forti.
Nelle famiglie caratterizzate da una forte spiritualità coniugale, cioè famiglie come dovrebbero essere, non dei ruderi di famiglia, le proposte mediali sono vagliate alla luce dei valori tradizionali e i nuovi modelli di comportamento provenienti dall’esterno sono sottoposti ad un giudizio critico. Ciò che conta, infatti,  è il modo con cui la famiglia vive il suo “essere famiglia”, intendendo con questo termine il complesso di vissuti, di conoscenze, orientamenti, valori, relazioni, ecc. che danno forma a uno stile di vita famigliare.
Ma proprio in relazione a questo constatiamo che c’è un’altra faccia della realtà, molto meno rasserenante e ottimistica di quella accennata. Intanto a molti esperti risulta che in gran parte dei casi televisione significa fine dell’esperienza del dialogo famigliare. Proibisce non di rado il colloquio tra marito e moglie, tra adulti e bambini che restano inchiodati quattro o cinque ore al giorno davanti al video, ormai assunto in molte famiglie al ruolo di baby-sitter. La maggior parte delle famiglie guarda la tv durante i pasti. E’ indubbio inoltre che la tv ruba tempo a chi la guarda: impedisce di svolgere altre attività più utili (distoglie i figli dallo studio e dal riposo), assorbe e impigrisce. Infine, la tv spesso dà un’idea distorta della vita: privilegia contenuti di facile richiamo (la violenza, il sesso), evidenzia i valori meno problematici (il mito del successo), presenta ritratti falsi della realtà (si pensi all’idea familiare trasmessa dalle telenovelas). Sotto l’occhio della telecamera tutto cambia aspetto, tutto appare senza sfumature: come possono, ad esempio, i bambini distinguere il set dalla vita, i modelli reali da quelli fittizi?
E qui non si può non rilevare che negli ultimi tempi i programmi televisivi sono sempre più portatori di messaggi non educativi: episodi stracolmi di disumanità, di cui ogni giorno ci giunge notizia, ci spingono a prendere atto di una tv sempre più violenta. Se ne sono occupati anche grandi filosofi contemporanei come Karl R. Popper e Hans-George Gadamer. Secondo recenti statistiche, un bambino italiano a 6 anni ha già visto circa 4500 ore di televisione e circa 1800 scene di violenza. L’americano Charles S. Clark ci informa che un bambino americano assiste in media a ottomila omicidi e a centomila atti di violenza prima di aver frequentato la scuola elementare. E allora non sorprendiamoci se poi ogni tanto laggiù qualche studente entra in classe col fucile e fa una strage. Il fatti è che la violenza nei film trasmessi dalla tv è presentata quasi come un valore vincente (anche là dove si tratta di combattere il “cattivo”, sembra che non ci siano altri modi per ottenere lo scopo. E allora – ad esempio – i pur simpatici cazzotti di Bud Spencer o di Texas Ranger sembrano la sola via percorribile).
Due casi emblematici in Italia si sono avuti al riguardo in occasione del delitto di Cogne e dell’uccisione del piccolo Tommaso che hanno nesso a nudo l’insensibilità di certo mondo dell’informazione, avvezzo esclusivamente al bombardamento mediatico, teso a creare un palcoscenico immorale su una disgrazia che avrebbe meritato riserbo, misura e attenzione per il dolore altrui. E ciò è avvenuto nonostante i ripetuti richiami da parte del Garante per la privacy, che ha perentoriamente ribadito che la protezione della sfera privata dei minori e la salvaguardia della loro personalità devono essere sempre considerati valori primari rispetto al diritto di cronaca.
E a proposito di tutela dei minori, ricordiamo ciò che accadde il 27 settembre 2000 quando alcuni milioni di italiani videro scorrere sui teleschermi le indagini choc riprese direttamente da alcuni siti internet messi sotto sequestro dalla procura di Torre Annunziata che aveva scoperto una rete di pedofilia tra l’Italia e la Russia. Quelle immagini le avevano mandate in onda alcuni dei telegiornali più seguiti in Italia, del servizio pubblico e dei network privati. Due giorni dopo, altre immagini altrettanto raccapriccianti furono pubblicate su un quotidiano. Il direttore del TG1, Gad Lerner, che pure si era scusato pubblicamente, si dimise dall’incarico.
Qualcuno ha parlato di “ipertrofia della violenza”, e giustamente poiché la televisione costituisce parte del bagaglio culturale e formativo dei bambini. Nel 2003 è stato varato dal governo un “Codice di autoregolamentazione” capace di indicare a tutti gli operatori televisivi l’invalicabile direttiva necessaria per una programmazione di qualità nel pieno rispetto del pubblico dei minori, dell’infanzia e della gioventù. Il “Comitato TV e minori”, formato in parti uguali da rappresentanti delle istituzioni, dei telespettatori e della televisioni, è stato insediato il 28 febbraio 2002 ed è diventato operativo in marzo: ad esso possono rivolgersi tutti – enti, associazioni, singoli cittadini – per segnalare rilievi, violazioni, esigenze. E’ stato un segnale concreto che può avviare un’inversione di tendenza a fronte della deriva irresponsabile di violenza e volgarità che si deve purtroppo registrare.
Dal canto suo l’Aiart, l’associazione fondata esattamente 50 anni fa, che raggruppa gli spettatori, con un suo monitoraggio mirato si è data come obiettivo quello di mettere al bando la tv spazzatura e di evitare “le palesi quotidiane” violazioni al codice di autoregolamentazione. Un altro strumento per la messa al bando della tv spazzatura e per un utilizzo consapevole dei media è “OsservaMedia”, un progetto di Trenta Ore per la Vita, che si propone di offrire ai genitori una serie di strumenti concreti per affiancare i propri figli, spiegare e insegnare loro a guardare e orientarsi all’interno di un panorama mediatico che appare sempre più complesso. OsservaMedia ha sede a Roma, è raggiungibile col numero verde 800.30.90.30 e l’e-mail osservamedia@trentaore.org. Inoltre, è stato recentemente attivato il sito www.osservanedia.org con spazio al suo interno dedicato a lettere, segnalazioni e forum di discussione.
E’ necessario comunque guardare in faccia la realtà, ricorrendo a fonti scientifiche che ci danno un quadro realistico. Ne cito un’altra che ci conferma la diagnosi: la professoressa Anna Ferraris ha appurato che su 500 ragazzi delle borgate di Roma, il 51% ha addirittura un apparecchio televisivo nella propria stanza. Tra l’altro, lo stare davanti al teleschermo per tante ore rende passive menti che, a quell’età, dovrebbero essere macchine pronte a scatenarsi per l’esplorazione, menti piene di perché, mai stanche di dialogare. Per non dire dei danni che derivano al fisico del bambino da troppa televisione: obesità, il “vedere piatto” perché il teleschermo non dà la profondità reale degli oggetti che vi compaiono. E’ infine un dato incontrovertibile che la stragrande maggioranza dei programmi televisivi propongono modelli riconducibili alla filosofia dominante: consumismo, edonismo, ricerca del successo, trionfo del più forte, del più bello, del più intelligente: anche nei telequiz, che pure possono avere una valenza culturale, il “premio” (sempre in denaro) va sempre al più bravo, a quello che ha più memoria, insomma questa è la società dei “vincenti” dove non sembra esserci posto per gli altri meno dotati. Il risultato è che troviamo perfettamente naturale che si paghino dodici miliardi di lire per un bravo calciatore (e bbiamo visto che cosa si cela dietro il mondo del calcio!), mentre ci sono dei possibili premi Nobel costretti ad andare all’estero per fare le loro ricerche… Per non dire del modello di famiglia che ne esce da certe rubriche o da certe telenovelas.
E questa mentalità si riflette sulla stampa. Ho letto negli ultimi mesi, per una mia indagine mirata proprio su questo, titoli del genere: “Il divorzio ti fa bella e aiuta a far carriera…” Seguono i casi di donne che si sono “liberate” del marito e tutto è andato a gonfie vele; “Tradite, tradite, fa bene all’amore, lo dice il dottore… l’adulterio, terapia d’urto per legami in via di esaurimento”; “Finché noia non vi separi… Il tradimento come antidoto alla monotonia”; “Ben venga il matrimonio light: ci si potrà sposare anche senza accostarsi all’Eucarestia. Un rito meno ipocrita e più sincero? Forse sì”; “Vivere come (due) single fa bene alla coppia: armadi, amicizie e vacanze separate…” E via di questo passo…
Nel 1990 il Papa, nella enciclica Redemptoris Missio osservava che «i mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari e sociali. Le nuove generazioni soprattutto crescono in modo condizionato da essi. Forse è stato un po’ trascurato questo areopago. […] L’evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso».
Questo passo è talmente importante che è stato ripreso pari pari in un altro documento del Magistero sui mass media, la Istruzione pastorale Aetatis Novae. Perché credete che Berlusconi abbia tanto insistito per avere una legge (a suo tempo la Mammì, e ora la Gasparri, redatta dai suoi esperti) che gli consenta in pratica di mantenere il monopolio televisivo? Perché sa di poter influenzare le scelte politiche della gente, come del resto faceva prima la sinistra attraverso la cultura e la scuola. Un esempio clamoroso di questa manipolazione ci è venuta dall’America: al convegno nazionale 2003 dei Cooperatori Paolini Mario Marazziti, uno dei fondatori della Comunità di Sant’Egidio, ha detto che poiché negli USA l’86% della popolazione guarda soltanto la tv e non legge giornali, anche moltissimi cattolici erano convinti che il Papa fosse favorevole alla guerra in Iraq, perché la TV aveva del tutto ignorato i suoi interventi. Eppure per 42 giorni L’Osservatore Romano a titoloni con caratteri di scatola aveva definito questa guerra preventiva “un’ingiustizia, un crimine, una follia, una catastrofe”. Ma anche da noi queste prese di posizioni venivano praticamente oscurate. Sappiamo che tanti cattolici stavano dalla parte di Bush e non col Papa.
E ora passiamo alla fase positiva, costruttiva: i mass media da rischio a risorsa. La situazione non è irrecuperabile, ma occorre vivere il rapporto con i media come un’occasione per immagazzinare informazione da riproporre a se stessi come spunto di riflessione e agli altri come occasione di confronto di idee e di esperienze. In altre parole: è evidente che senza questi rifornimenti di notizie e commenti – che ovviamente ci arrivano, oltre che dalla televisione, anche dai giornali, dalla radio, dai libri e dai contatti personali – saremmo più poveri. Ma se ciò avviene senza sorveglianza, con un atteggiamento passivo e acritico, finiamo per essere alienati nel senso etimologico del termine, cioè “portati altrove”, dove cioè – per dirla con Edgard Morin – «non abbiamo nessuna possibilità di espressione e di intervento, per cui tutto è “agito” da altri». E’ così che in questi ultimi decenni i “cattivi maestri”, come li chiamava don Alberione, hanno potuto occupare il campo e cambiare il cervello della gente.
Ma non c’è soltanto la tv e allora ci chiediamo: quale informazione soprattutto cerca la famiglia media italiana nella o al di là della tv? Possiamo dividere i media in tre gruppi: extradomestici, per fruire dei quali è necessario uscire di casa (teatro, cinema, concerti, conferenze); non propriamente domestici, cioè che entrano nell’orizzonte familiare dall’esterno e per la cui fruizione non è strettamente necessaria una permanenza fra le mura di casa (quotidiani, riviste, libri, dischi); infine, media domestici, vincolati agli spazi familiari per la loro stessa struttura e natura (radio, tv, stereo, videoregistratore e computer).
Il teatro è scarsamente frequentato, un po’ di più il cinema (in genere ci vanno di più i figli, di solito con gli amici); non molto elevata la fruizione di concerti.
Circa i quotidiani, secondo recenti ricerche il numero di coloro che dichiarano di leggere un quotidiano tutti i giorni è pari circa a quello di chi afferma di non leggerlo quasi mai. E qui bisogna dire che in certi giorni la stampa sportiva gode di tirature enormi (la Gazzetta dello Sport supera a volte il milione di copie, nonostante la concorrenza degli altri tre quotidiani sportivi Stadio, Corriere dello Sport e Tuttosport: lo sport come “oppio dei popoli”, visto il “bombardamento” sul campionato di calcio che comincia il sabato sera con gli anticipi, prosegue la domenica colle partite pomeridiane e col “posticipo” serale, e continua con “il processo del lunedì”, “l’appello del martedì”, “mercoledì sport”, il giovedì con il bollettino delle squalifiche, il venerdì con l’annuncio delle formazioni. Per non dire delle varie coppe (c. Italia, c. Uefa, c. dei Campioni, ecc.).
L’esperienza del quotidiano in classe, che ha preso vita ormai da qualche anno e che la recente riforma della scuola ha promosso, è un buon banco di prova per comprendere il rapporto tra i giovani e il giornale, che denota ancora indici molto bassi: in genere essi preferiscono l’informazione televisiva passiva. Conoscono le principali notizie del momento, ma non seguono gli approfondimenti necessari per comprenderne meglio la portata. Non allargando il loro orizzonte informativo; si corre il rischio di allevare una generazione superficiale e che si pone obiettivi  per niente legati alla promozione umana. Ne parliamo più avanti con riferimento diretto alla scuola.
Abbastanza elevata la lettura dei periodici femminili, seguita da quelle di settimanali o mensili specializzati. In gran parte sono di evasione o a forte taglio politico, ispirati comunque ad una mentalità laica, pur con qualche incursione nel sacro (la nuova compagna del VIP divorziato, ad esempio, accanto ad un servizio su padre Pio o Madre Teresa). Mi ha fatto impressione leggere in questi giorni su un volume – Chiesa e mondo, opinioni a confronto, Edizioni Il Minotauro – contenente interviste a laici e uomini di Chiesa una dichiarazione di mons. Antonio Livi, un nome a voi ben noto, direttore spirituale del Seminario arcivescovile beneventano, membro della Pontificia Accademia di San Tommaso, decano della facoltà di filosofia dell’Università Lateranense, dove insegna filosofia della conoscenza, secondo il quale «i mass media sono tutti di proprietà massonica, o anche talvolta di altre proprietà, ma sempre con una cultura massonica, che è l’unica oggi libera di esprimersi». Questo spiega tante cose e dà ampiamente ragione a quanto mi diceva Lejeune quasi 40 ani fa.
Un recente studio della rivista Desk, mensile dell’UCSI (Unione Cattolica della Stampa Italiana), mette in guardia dalle troppe pagine che, sulle riviste per ragazzi, sono dedicate alla superstizione, all’esoterismo e all’astrologia sull’onda di una certa non-cultura “New Age” che tende a rispolverare antiche magie. Il caso più evidente è costituito dal mensile “Witch” (in italiano, “strega”), destinato ad un pubblico femminile di adolescenti, sul quale uno strano tipo di Oroscopo invita le ragazze a compiere dei piccoli “riti” di magia. Ad esempio, per le giovani nate sotto il segno del Capricorno: “L’animale che ti porta fortuna è la capra: tieni una sua foto (o un disegno) nello zaino e sarai decisa e irremovibile come lei”. Per quelle dell’Ariete: “Attenta alle interrogazioni a sorpresa nelle ultime due settimane del mese: affrontale indossando qualcosa di giallo”. Per risolvere i problemi della vita, sempre secondo il mensile Disney, i giovani dovrebbero bere infusi di menta, mettere grani di riso in contenitori di cristallo, esporre ciondoli ai raggi del sole, tenere foglie di betulla sotto il cuscino, ecc. In un altro popolare mensile, “Top Girl”, si parla di sedicenni americane seguaci della “Wicca”, un culto pagano che sta suscitando un certo interesse tra i giovani. L’articolo accenna ad un antico “culto della Dea Madre”, attraverso il quale le ragazze possono rivolgersi a un “Dio femmina”, in grado di capire le esigenze più nascoste delle donne.
E veniamo ai libri. Deludente il rapporto sulla loro lettura, soprattutto da parte dei giovani, con eccezioni nelle famiglie in cui i genitori sono divoratori di libri, mentre il pubblico giovanile è più orientato verso le audio-videocassette o i CD. Da un recente rapporto del CENSIS emerge che un terzo dei giovani italiani non legge neanche un libro all’anno e solo il 17% circa ne legge uno o due e il 50% non riesce a indicare un libro significativo. Ancora una volta è confermato che i giovani preferiscono l’informazione televisiva-passiva.
La radio esiste praticamente in ogni famiglia, con ascolto individualizzato (in crescita il “fenomeno” positivo di Radio Maria, che voi già ben conoscete). La radio ha un vantaggio sulla tv: l’ascolti e lavori, mentre la tv non ti fa fare niente. Ma i giovani se ne servono soprattutto per ascoltare musica.
In forte espansione, come si sé detto, l’utilizzo dei cellulari (subito dopo la TV), dei computer e di Internet, a cui la Chiesa ha dedicato recentemente un paio di documenti importanti: La Chiesa in Internet ed Etica in Internet. Già nel 2001 ci fu detto, ad un convegno svoltosi a maggio 2002 a Milano presso l’Università Cattolica, che la popolazione dei navigatori italiani, la più consistente d’Europa in termini assoluti dopo Regno Unito e Germania, aveva visto ben oltre 18 milioni di abitanti connettersi in rete almeno una volta ogni tre mesi, e cioè circa il 30% dell’intera popolazione del Paese. Nel novembre 2003 è stato varato il Codice di autoregolamentazione Internet e minori, che si accosta a quello per la TV, con lo scopo di aiutare gli adulti, i minori e le famiglie a fare un uso corretto della rete telematica, di predisporre apposite tutele che prevengano il contatto dei minori con materiali inopportuni e predispongano una navigazione sicura, di facilitare la collaborazione degli operatori con le autorità competenti nella lotta alla pornografia pedofila, allo sfruttamento della prostituzione e agli altri reati connessi tramite il web e, infine, di tutelare il minore dall’invadenza di certe informazioni pubblicitarie.
Questa la situazione. E allora, la famiglia che cosa deve fare? Partiamo da alcuni dati che fanno riflettere. Ricominciamo dalla tv: secondo un’inchiesta pubblicata da Famiglia Oggi, il 62,7% dei figli non chiede il permesso ai genitori per accendere la tv; il 39,1% dei genitori non sa che cosa guardano i figli alla tv; il 22,8% è contento che i figli guardino la tv. Dunque, bambini e ragazzi scelgono per lo più da soli i programmi e si trovano soli a gestire le emozioni che inducono. Per la maggior parte il loro tempo di ascolto è sovrapposto a quello degli adulti trovandosi a gestire emozioni spesso dirompenti e incontrollate.
Molti sono convinti che sia impossibile opporsi alla tv o ad una certa tv. Ma non è così. Ed ecco alcune indicazioni concrete di cui si è constatata l’efficacia: innanzitutto parlare coi bambini e coi ragazzi dei programmi che li interessano e ascoltare i loro commenti; aiutare i ragazzi a scegliere i programmi più adatti a loro, informandosi adeguatamente (Famiglia Cristiana, ad esempio, indica un giudizio su ciascun programma e orienta la scelta sull’inserto televisivo inserito nel settimanale); concordare con loro quanto tempo è giusto dedicare alla tv; evitare che i bambini guardino programmi emozionanti prima di andare a letto o al mattino presto prima di recarsi a scuola; scoraggiare l’uso del telecomando per saltare da un canale all’altro; evitare che si facciano i compiti guardando la tv; evitare che i ragazzi abbiano un televisore nella propria camera; rinunciare a vedere la tv durante i pasti; evitare che la tv rubi spazio ad altre attività come il rapporto con gli amici, lo sport, la lettura, il contatto con la natura, anche perché così ci si difende dai danni fisici che possono derivare dalla mancanza di moto, dalle cattive posizioni del corpo, dall’affaticamento degli occhi e così via.
Certo, tutto questo implica un impegno diretto di genitori ed educatori, perché così si utilizza l’informazione per la formazione. I media, oltre che una sfida, sono anche una grossa opportunità, e dunque l’educatore oggi deve porsi il problema dell’educabilità anche dell’ambiente virtuale, sapendo scorgere in esso nuove possibilità formative.
La Chiesa fin dal Concilio ha insistito su questo: già nell’Inter mirifica (1963, il primo documento approvato dal Concilio insieme alla Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla liturgia), accennava ai “doveri dei recettori” (n. 9) circa la scelta dei media, nonché ai “doveri dei genitori” (n. 10) di «vigilare diligentemente perché spettacoli, stampa e simili, che siano contrari alla fede o ai buoni costumi non entrino in casa e perché i loro figli non vi incorrano altrove». E circa dieci anni dopo, nella Istruzione pastorale Communio et Progressio (n. 67) genitori ed educatori venivano invitati a esortare e guidare «i minori a distinguere ed a compiere le proprie scelte tra le comunicazioni, anche se, quando occorresse, dovranno riservarsi il giudizio e la scelta definitivi. Se qualche volta giudicheranno di dissentire dai figli e di doversi opporre alle loro scelte nell’uso degli strumenti di comunicazione, si affrettino a spiegare loro chiaramente le ragioni del proprio dissenso. Infatti, specialmente nell’educazione umana, si ottiene più con la persuasione che con i divieti» .
Altri documenti tornano sull’argomento con considerazioni e incitamenti analoghi. È recente la presentazione del documento “Comunicazione e Missione”, Direttorio della Cei sulle Comunicazioni Sociali ricco di concrete indicazioni soprattutto a livello  parrocchiale.
Il ruolo dei genitori, che è sempre stato di grande importanza, lo è ancor più oggi per l’attacco frontale in atto contro la famiglia, soprattutto a quella cristianamente intesa e per il riscontro del rapporto causa-effetto di questa offensiva che viene dai fatti. Dalla cronaca dei giornali e dalla rai-tv esce un’immagine terrificante della famiglia: personaggi in vista che divorziano, convivono, passano da un partner all’altro con estrema naturalezza, magari dichiarandosi cattolici; giornali e programmi radio-tv con storie tendenti a far sembrare normale l’aborto, il divorzio, l’infedeltà coniugale, i rapporti sessuali prima e fuori dal matrimonio; neonati abbandonati nei cassonetti della spazzatura, padri che sfruttano o violentano le figlie, figli drogati e violenti che ammazzano i genitori, minori che spacciano, rapinano e violentano. (mostrare alcuni giornali)
Un discorso a parte meriterebbe la pubblicità: siamo bombardati dovunque, dalla mattina alla sera, da messaggi di tipo consumistico-edonistico. La audience dei programmi è in funzione della pubblicità da acquisire. E gli effetti si vedono, anche nei giovanissimi. Ferdinando Dogana, docente di psicologia presso l’Università Cattolica di Milano, fa notare che «assistiamo a bambini che dichiarano di essere innamorati, bambini che esultano perché a tavola c’è quella carne in scatola o quella merendina e via dicendo». Ne viene fuori una visione della vita irreale: infatti, non troverete mai negli spot pubblicitari le parole “morte”, “malattia”, “vecchiaia” o “handicap”: sono bandite. Accade anche per certe riviste: la direzione di Playboy, ad esempio, obbliga i giornalisti al momento dell’assunzione ad eliminare dai propri articoli quelle parole proibite, pena il licenziamento. Anche qui dunque, occorre mettersi davanti al video con la coscienza di quello che significa pubblicità.
Sempre a proposito di pubblicità e di minori, domandiamoci: lasceremmo entrare un venditore nella stanza dei nostri bambini? Certamente no, eppure noi consentiamo ogni giorno che essi vengano raggiunti da decine di spot pubblicitari. Non è così dappertutto: in Norvegia, Austria e nelle Fiandre (Belgio), gli spot sono stati eliminati prima e dopo i programmi per bambini (in mezzo, a differenza che da noi, non ci sono mai stati). In Grecia sono vietate tutte le pubblicità dei giocattoli in qualsiasi momento della giornata, e tra non molto dovrebbero scomparire tutti gli spot che si rivolgono ai giovani che non hanno raggiunto i 18 anni. In Svezia, dal 1991 è in vigore una legge che vieta la pubblicità durante, prima e dopo i programmi per bambini. E noi? Qui non viene neppure rispettata la legge Mammì del 1990 secondo cui è vietato l’inserimento di pubblicità nei programmi di cartoni animati!

Due ricerche condotte negli USA da una associazione non-profit e in Italia dalla Cattedra di psicologia dello Sviluppo di Roma hanno accertato che l’87% degli USA e l’83% degli italiani affermano che gli spot creano nei loro figli una mentalità troppo materialistica; il 97% degli italiani dice che i figli chiedono ai genitori di acquistare quei giocattoli, alimenti, scarpe, gadget ecc. che sono reclamizzati negli spot per bambini. Queste continue sollecitazioni creano disagio perché interferiscono con le sane linee educative e spesso anche con la disponibilità economica. L’alternativa dunque, in definitiva è  saper guardare la tv, selezionare, leggere di più, ma soprattutto leggere meglio. La conclusione, soprattutto per chi intende vivere cristianamente, è che occorre convincersi che è necessario investire nella buona stampa, pena la perdita della propria identità di credenti. Quando facciano questa raccomandazione siamo tacciati da qualcuno di essere solo dei commercianti, di voler vendere più copie di Avvenire, Famiglia Cristiana, del Settimanale diocesano e così via. È capitato anche a me e a chi mi faceva questo appunto ho risposto: certo che vogliamo vendere più e più e più copie. Ma non vendiamo mica salami, vendiamo la parola di Dio, facciamo apostolato. Paolo VI, ricevendo un giorno i Paolini e don Alberione, uscì con questa bellissima frase: «Voi prendete la Parola di Dio e la rivestite d’inchiostro, di caratteri, di carte e la mandate nel mondo così vestita. E la Parola di Dio vestita così, Il Signore incartato, date agli uomini Dio incartato, come Maria ha dato agli uomini Dio incarnato. Incar-tato e incar-nato si corrispondono».
In sostanza il lettore, il telespettatore, il radioascoltatore, il navigatore della rete internet è il vero protagonista della comunicazione. Chi fruisce dei prodotti mediali può sancirne il successo o il fallimento. Su di essi, con l’obiettivo di affinarne le capacità critiche e le aspettative culturali, occorre intervenire per migliorare la qualità dei media e la loro corretta fruizione… Ogni agenzia educativa dovrà dunque farsi carico – è succo del messaggio odierno – di questo compito: la famiglia, la scuola, le associazioni. A questa responsabilità educativa non è legittimo sottrarsi.
Anche la scuola è chiamata a dare il proprio contributo nell’educazione ai media. Tra l’altro, il recente Direttorio della CEI ne parla espressamente: «La scuola», vi leggiamo, «non può ignorare il ruolo delle comunicazioni sociali, a cominciare dalla vita degli studenti, che dai media ricevono una mole d’informazioni, con giudizi e pregiudizi, ben superiore a quella che attingono in classe. I media costituiscono una sorta di “scuola parallela”, spesso ben più persuasiva e seducente. Alla scuola, ancora una volta, spetta fornire agli studenti gli strumenti critici che ne facciano utenti libero e responsabili. E’ un’alfabetizzazione, un “leggere e scrivere” di genere più raffinato ma non meno fondamentale. In particolare, le associazioni cattoliche degli insegnanti e le scuole cattoliche sono tenute a offrire il loro peculiare contributo per un approccio qualificato alle innovazioni tecnologiche, ricco di approfondimenti antropologici ed etici […] Certo, non si educa solo con la scuola, ma nemmeno senza di essa […] La cosiddetta media education ha come suo luogo privilegiato la scuola, specie quella cattolica, ed è rivolta in modo particolare alle famiglie che stanno crescendo i figli in questa cultura mediale».
Da circa un ventennio educatori di tanti paesi del mondo cercano di coniugare sempre più efficacemente il rapporto fra comunicazione e educazione. In Francia è nato, sotto il coordinamento del Centre di liaison de l’enseignement et des moyens d’information (Clemi) un organismo grazie al quale migliaia di ragazzi in età scolastica hanno l’opportunità ogni anno durante tutta una settimana di leggere e analizzare i giornali francesi in classe, incontrare i professionisti della stampa e riflettere sull’informazione. Tra gli obiettivi di quella che si chiama Media Education c’è quella sorta di alfabetizzazione mediatica che rende capaci di “leggere e scrivere” con i nuovi codici portati dai media, educando la persona ad un “contropotere” critico, che la abilita alla piena cittadinanza nella società globale della comunicazione.
In Italia il movimento si è sviluppato negli anni ’90 per iniziativa di gruppi di educatori che avevano come punto di riferimento l’ISCOS, Istituto di Scienze di Comunicazione Sociale presso l’Università Pontificia Salesiana. In questo decennio, la Media Education ha guadagnato spazio, dando vita anche ad una nuova figura professionale, il Media Educator, che occorre introdurre nella scuola a pieno titolo, con un progetto educativo organizzato. Il MED (Associazione per l’educazione “ai, con e per i media”) stimola un’attenzione critica verso i contenuti e la qualità dei media,  i condizionamenti economici e politici della comunicazione di massa, insegnando ai recettori, più che  a censurare, a sfruttare le potenzialità dei media, a creare momenti partecipativi nella formazione e nella comunicazione della cultura, consentendo alla famiglia e alla scuola di riappropriarsi del loro ruolo educativo.

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