Si parla tanto del Sessantotto e di quello che significò per l’Italia, ma soprattutto per i “residui” che ancora oggi sono indicati come responsabili di certi comportamenti deviati. Noi cominciamo col dire che il Sessantotto ha espresso anche tante realtà positive. Ne citiamo alcune con le quali chi scrive ha avuto la fortunata occasione di confrontarsi durante il suo lavoro di vaticanista di Famiglia Cristiana.
Cominciamo da quel grande papa che è stato Paolo VI. Nel marzo 1967 aveva pubblicato l’enciclica Populorum progressio sullo sviluppo dei popoli che, partendo da un’analisi realistica della situazione di ingiustizia in cui versa la maggior parte dell’umanità, privata delle condizioni essenziali per una vita dignitosa, interpellava le coscienze dando indicazioni precise sulla strada da percorrere per incrementare la solidarietà verso i paesi sottosviluppati.
Il documento, pur molto apprezzato, incontrò critiche e opposizioni per le precise indicazioni che interpellavano i paesi ricchi. Critiche alle quali il Pontefice, nell’udienza generale del 20 marzo 1968, replicò con queste memorabili parole: «Può la Chiesa disinteressarsi di questo gigantesco aspetto della vita umana contemporanea? È la religione, quella cristiana fra tutte, che vede nel progresso umano una intenzione divina: Dio ha creato l’uomo perché fosse signore della terra, e la terra fosse a beneficio ordinato di tutti. È la religione che offre fondamento di giustizia alle rivendicazioni dei non abbienti, quando ricorda che tutti gli uomini sono figli d’uno stesso Padre celeste, e perciò fratelli… Potevamo noi tacere, se così stanno le cose? Non potevamo. E perciò abbiamo parlato».
Ed ecco una delle perle del pontificato di papa Montini: il 25 luglio 1968 appare l’ultima delle sue encicliche, la Humanae Vitae sulla regolazione della natalità: le gravi difficoltà, oggi più sentite, e le idee diffuse non rispettose della grandezza della vita umana, dell’amore coniugale e della dignità dei figli spinsero il Pontefice a offrire indicazioni precise per una vita ossequiente alla volontà di Dio. Chiara la posizione nei confronti della contraccezione, non accettata perché contraria alla legge naturale e causa di altre conseguenze indegne della dignità dell’uomo e della donna.
Paolo VI sapeva di giocarsi la popolarità con questo documento, il più sofferto del suo pontificato. Pochi giorni dopo la pubblicazione, egli stesso durante una udienza confessò: «Non mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del nostro Ufficio. Abbiamo studiato, letto, discusso quanto potevamo; e abbiamo anche molto pregato… Quante volte abbiamo avuto l’impressione di essere quasi soverchiati da questo cumulo di argomentazioni; quante volte abbiamo trepidato davanti al dilemma d’una facile accondiscendenza alle opinioni correnti, ovvero d’una sentenza male sopportata dalla odierna società, o che fosse arbitrariamente troppo grave per la vita coniugale».
La Humanae Vitae fece discutere e divise le opinioni all’interno dello stesso mondo cattolico, perché era un documento profetico, e tale rimase. Paolo VI aveva fiducia nel progresso scientifico. Fu proprio sull’onda di questa enciclica che due coniugi australiani, i medici John ed Evelyn Billings, diedero un impulso decisivo alle loro ricerche sul controllo naturale della fertilità mettendo a punto il famoso “metodo dell’ovulazione” che ormai si è imposto al mondo intero come scientificamente valido, dagli effetti sicuri ove sia applicato come si deve, e facilissimo da imparare da qualsiasi tipo di coppia. Non a caso, il 24 novembre 2005, nel corso di un convegno internazionale su “Scienza ed etica per una procreazione responsabile”, organizzato a Roma dalle facoltà di Medicina e Chirurgia delle università di Tor Vergata, La Sapienza, Campus Biomedico e Cattolica (tre atenei “laici” e uno cattolico), è stata conferita ai coniugi Billings una laurea “honoris causa” a conferma dell’assoluta validità scientifica del loro metodo.
Ma il 1968 vide anche il Papa recarsi in Colombia, per partecipare alle celebrazioni del 39° congresso eucaristico internazionale e all’apertura della seconda Conferenza Generale dell’Episcopato latino-americano (CELAM). Destò enorme impressione il discorso pronunciato al campo San José di Medellín davanti a circa trecentomila campesinos: «Noi ci inchiniamo davanti a voi», disse tra l’altro Paolo VI, «e vogliamo ravvisare Cristo in voi quasi redivivo e sofferente… Noi conosciamo le condizioni della vostra esistenza: sono per molti di voi condizioni misere, spesso inferiori al bisogno normale della vita umana.  Voi ora ci ascoltate in silenzio, ma noi piuttosto ascoltiamo il grido che sale dalle vostre sofferenze e da quelle della maggior parte dell’umanità… Noi continueremo a difendere la vostra causa. Noi possiamo affermare e riaffermare i princìpi dai quali poi dipendono le soluzioni pratiche. Continueremo a proclamare la vostra dignità umana e cristiana…continueremo a denunciare le inique sperequazioni economiche tra ricchi e poveri: gli abusi autoritari e amministrativi a vostro danno e a quello della collettività… continueremo a incoraggiare i propositi e i programmi delle Autorità responsabili e degli Enti internazionali, come pure delle Nazioni benestanti in favore delle popolazioni in via di sviluppo».
Parole di straordinaria forza, che purtroppo non trovarono riscontro concreto a livello internazionale: si preferisce fare le guerre per non perdere il controllo del petrolio anziché impegnarsi davvero per debellare fame e malattie nel mondo.
Anche questo, comunque, fu Sessantotto. E qui ci sarebbero tante altre cose da dire: ad esempio sull’impegno di noi Cooperatori Paolini e delle Figlie di San Paolo per la diffusione dei periodici paolini che proprio in quegli anni portarono Famiglia Cristiana a tirature record (si arrivò a toccare 1.748.000 copie settimanali senza resa!). Oppure, su un altro fronte sempre laicale, proprio nel febbraio 1968 prese il via quella Comunità di Sant’Egidio che ora, diffusa a livello internazionale, svolge un’attività preziosa su vari fronti a beneficio di poveri, anziani, barboni, malati, zingari e che – nella sua azione a favore della pace – riuscì addirittura il 4 ottobre 1991 a mettere di fronte a un tavolo esponenti del Frelimo (il governo di Maputo) e della Renano (la Resistenza clandestina) e a far firmare l’accordo di pace che poneva termine ad una sanguinosa guerra civile che, in una quindicina d’anni, aveva provocato in Mozambico oltre due milioni di vittime, spingendo il Paese alla fame.
Un  Sessantotto diverso, dunque, del quale poco si parla, ma che i cattolici non possono e non devono dimenticare: il Sessantotto della Chiesa, ancora una volta controcorrente a fianco dei più deboli.

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