Non mancano, nella lunga lista dei santi, personaggi da Premio Nobel per la letteratura, che vantano opere da fare invidia, per contenuti e per tirature, ai più celebrati scrittori. Ne citiamo alcuni tra i più conosciuti. Ad esempio, riandando ai primi secoli, ecco sant’Agostino di Ippona (354-430), uno dei grandi Dottori della Chiesa, le cui Confessioni costituiscono ancora oggi un “best seller” che sfida i secoli.
Ragazzo dall’ingegno vivace e dalla memoria pronta, Agostino a scuola brillava su tutti i coetanei, eppure imparò controvoglia a leggere e a scrivere: ci vollero le bacchettate del maestro, talvolta fino a gonfiargli le mani, per convincerlo; e più avanti non digeriva lo studio del greco e della matematica. Poi venne folgorato dalla letteratura latina, da Virgilio in particolare e qui comincia tutta un’altra storia che, dopo l’innamoramento per una ragazza cartaginese e la nascita del figlio Adeodato, lo condurrà gradualmente alla conversione e lo vedrà poi vescovo e fondatore di una comunità religiosa.
Un elenco dei suoi scritti richiederebbe molto spazio: si va da quelli filosofici a quelli dogmatici e di carattere biblico e apologetico; ma bastano alcuni titoli a darci la misura di questo genio che tratta dell’immortalità dell’anima, del libero arbitrio, del rapporto tra ragione e fede, ma anche del modo di catechizzare gli ignoranti. Di grande interesse è pure il trattato De Civitate Dei (La città di Dio), in cui esalta i disegni della Provvidenza nel governo del mondo dando una visione nuova della storia, tracciando l’origine, l’evoluzione e la fine delle due città, fondate rispettivamente sull’amore di sé (privato) e sull’amore di Dio (sociale).
Ma il capolavoro di Agostino, che lo ha reso accessibile a milioni di lettori, sono senza dubbio le Confessioni, storia di una conversione che è difficile da incasellare in un genere letterario e che si differenzia da analoghi racconti perché, pur trattandosi di un’autobiografia, non vi troviamo autodifesa ed elogio, bensì un continuo e implacabile atto di accusa verso se stesso, insieme alle commosse, riconoscenti lodi per il Giudice che lo ha castigato ma anche soccorso, fino a trasformare un eretico in un santo vescovo.
Le sue vicende personali sono una proposta, un insegnamento che i lettori possono assimilare e utilizzare per la propria rinascita spirituale. C’è in quelle stupende pagine il rimpianto per avere «tardi amato» la Bellezza «tanto antica e tanto nuova», per essere stato lontano da Dio quando Dio era accanto a lui, ma anche la gioia riconoscente per il piano provvidenziale che lo ha restituito alla fede.
Dai primi secoli al Medioevo, dove ci imbattiamo in un altro grande cantore dell’amore di Dio: Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), rifondatore dell’Ordine Cistercense: il suo trattato De diligendo Deo con la dottrina dei gradi dell’amore e gli 86 Sermones sul Cantico dei Cantici sono tra i testi fondamentali della mistica cristiana occidentale. Nella storia della Chiesa Bernardo si pone come uno degli uomini di più alta esperienza interiore e tra quelli che meglio hanno saputo partecipare agli altri, con la predicazione e con gli scritti, i tesori della propria vita ascetica.
La sua capacità oratoria si riflette nello stile delle sue opere, nel linguaggio efficace e accessibile anche a un pubblico di non esperti, caratterizzato da una dolcezza che gli meritò il titolo di Doctor Mellifluus. Di grande interesse gli scritti in cui parla della Vergine Maria e della funzione che essa ha nel dogma cattolico e nel piano della redenzione. Tra l’altro ci ha lasciato una preghiera, il notissimo Memorare, uno dei gioielli della pietà cristiana. E non a caso Dante nel Paradiso fa dire a lui la preghiera alla Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio
Sant’Alberto Magno (1206-1280) è il protagonista di un’attività letteraria che si estende a quasi tutte le discipline profane e sacre nonché a quanto di meglio hanno prodotto le civiltà greca, latina e araba, ed è per questo ritenuta la più gigantesca personalità dell’età di mezzo. Filosofia, scienze naturali, matematica, etica, teologia fanno parte dell’opera di quello che giustamente fu definito Doctor Universalis. Oltre a dare un importane contributo alla corretta conoscenza del pensiero scientifico antico, Alberto arricchì soprattutto i suoi commenti di argomenti riguardanti la mineralogia, la botanica, la zoologia, con osservazioni dirette, condotte con sistematicità e rigore. Un segno del fascino che questa grande personalità esercitò sui contemporanei e sui posteri è la fioritura di leggende che si intrecciarono intorno a lui dal XIII al XV secolo. Alcune lo mostrano addirittura come un “mago” che domina le forze occulte; anzi, diversi autori anonimi spacciavano trattati di scienze naturali e di medicina sotto il suo nome. Altre leggende insistono sulla sua singolare dottrina, sulla sua pietà, particolarmente mariana, e sulla sua santità. E già nel secolo XIV gli viene affibbiato l’appellativo di Magnus. Ma la prevalenza degli interessi scientifici non deve far dimenticare che, come tutti i maestri del suo tempo, egli redasse anche commentari alla Bibbia e lasciò una ricca collezione di sermoni. Inoltre, ebbe il grande merito di avere per primo intuito il valore della filosofia aristotelica e di averla introdotta nella cultura contemporanea purificata da false e artificiose interpretazioni orientali.
Nel 1245 Alberto, che nel frattempo era entrato fra i Domenicani, fu inviato a Parigi perché reggesse una delle due scuole del convento di S. Giacomo e lì diede inizio alla sua grande enciclopedia scientifica che gli valse un’incomparabile celebrità e attorno alla quale lavorò per tutta la vita. Fu poi eletto provinciale della Germania e nel 1260 Alessandro IV lo nominò vescovo di Ratisbona, ma dopo pochi mesi ottenne dal Papa di essere esonerato dall’incarico per potersi dedicare ai suoi studi.
Quando insegnava all’università di Parigi, ebbe come discepolo san Tommaso d’Aquino (1225-1274), il più grande filosofo cristiano. Di lui affermò un giorno: «Noi lo chiamiamo bue muto» (i compagni, vedendolo sempre raccolto e silenzioso, gli avevano affibbiato questo soprannome, anche a causa della sua robusta corporatura); «ma egli con la sua dottrina emetterà un muggito tale, che tutto il mondo ne risuonerà». E fu realmente così. La sua produzione letterario-dottrinale è immensa, nonostante sia vissuto appena 49 anni: bastano a darne un’idea la Summa contra Gentiles e la Summa Theologiae, vere e proprie enciclopedie della fede, le sue opere principali insieme alle Quaestiones disputatae. Di fronte all’atteggiamento corrente del pensiero cristiano, che rimaneva legato alla visione agostiniana, Tommaso prese nettamente posizione in favore della filosofia aristotelica, andando controcorrente e attirandosi più di una condanna a Parigi. Sulla scia di Alberto Magno, egli dimostra fiducia nella natura e nella ragione umana visti come doni di Dio, dei quali va approfondita la conoscenza. Grazia e natura non sono contrapposte, ma sono invece tra loro intimamente connesse; così tra materia e spirito non va vista opposizione, quanto piuttosto un rapporto di collaborazione vitale.
Tommaso, a cui venne poi dato il titolo di Doctor Angelicus, è anche famoso per aver contribuito alla istituzione della festa del Corpus Domini, introdotta da papa Urbano IV nel 1264: suo è infatti l’inno Pange Lingua di cui fanno parte le ultime due strofe più note come Tantum Ergo.
Contemporaneo a lui è il francescano san Bonaventura da Bagnoregio (1217-1274), il Doctor Seraphicus del quale pure ci sono pervenute una sessantina di opere. Si resta sbalorditi nel vedere la capacità di lavoro che avevano questi frati, se pensiamo ai numerosi viaggi compiuti e alla carica che il santo rivestì per 17 anni come Ministro Generale dell’Ordine. Di lui si conosce quell’Itinerarium mentis in Deum che è un vero trattato di vita spirituale ancora oggi di grande utilità per i fedeli. Ma non meno importanti sono il Lignum vitae e la Vitis mystica. La sua ricerca filosofica si rifà soprattutto ad Agostino: anche per lui l’idea di Dio è innata nella mente dell’uomo e la filosofia, insieme con tutte le altre scienze, deve aiutare l’uomo a raggiungere il suo Creatore. La filosofia è dunque una “ancella” della teologia.
Ma il Medioevo è un periodo che vede anche grandi donne impegnate nello scrivere. Come non pensare allora a santa Brigida di Svezia (1303-1373), la più forte personalità femminile del suo tempo, che Giovanni Paolo II nel 1999 proclamò compatrona d’Europa insieme a santa Caterina da Siena e a santa Edith Stein. Nata in Svezia da nobile famiglia, sposò un giovane di stirpe regale ed ebbe importanti incarichi presso la corte. Dopo la morte del marito, al quale aveva dato otto figli, si ritirò in un monastero. Nel 1349 si trasferì a Roma dove maturò il progetto di fondare un singolare ordine religioso, dedicato al Santissimo Salvatore, con monasteri comprendenti sia monaci che monache, ma con a capo una badessa (audace novità che scandalizzò molti anche nella Chiesa), debitamente separati dalla clausura ma uniti nei momenti di preghiera.
Capolavoro letterario e mistico di Brigida sono gli otto volumi delle Rivelazioni, redatte in svedese e poi tradotte in latino: si caratterizzano per lo stile vivo, immaginoso e a volte drammatico, tutto pervaso da un affascinante soffio poetico. Abbracciano tutti i campi della teologia e sono una fonte ricchissima di spiritualità. Due i cardini essenziali del suo pensiero: Gesù Crocifisso, visto come Redentore e sposo delle anime, e la Vergine Maria, madre di Do e degli uomini, madre di misericordia che vuole tutti gli uomini salvi.
Quasi contemporanea della santa svedese è Caterina da Siena (1347-1380), proclamata Dottore della Chiesa il 4 ottobre 1970 da Paolo VI. Fattasi maestra spirituale di una bella brigata di dolcissimi figlioli, nonostante fosse illetterata, inviava lettere di fuoco per scaldare il cuore degli interlocutori più impensati, a Bernabò Visconti signore di Milano, alla regina di Napoli, al re di Francia e persino a un papa, Gregorio XI che si trovava ad Avignone; a quest’ultimo scrive senza peli sulla lingua: «Voglio (!) che siate quello buono pastore che se aveste cento migliaia di vite vi disponiate tutte a darle per onore di Dio e per salute delle creature…Virilmente, e come uomo virile seguitando Cristo, di cui vicario siete… Su dunque, padre, e non più negligenza!». Di coraggio ne aveva da vendere.
Dopo il ritorno del pontefice a Roma, Caterina scrive quel Libro della Divina Provvidenza che contribuirà a farla proclamare Dottore della Chiesa. Il suo biografo, Raimondo da Capua, si spiega che essa «fece tutto essendo in astrazione (in estasi, nda), perduti tutti li sentimenti, salva la lingua. Dio Padre parlava ed ella rispondeva, ed ella medesima recitava la parola di Dio padre detta a lei, e anche le sue medesime che ella diceva e domandava a Lui…». Il Libro non è un trattato di teologia, ma nei 167 capitoli registra il suo dialogo con Dio strutturato su quattro grandi domande: “misericordia per Caterina”, “misericordia per il mondo”, “misericordia per la santa Chiesa” e “Provvidenza per tutti”. La santa – osserva giustamente A. Sicari – dimostra così che, come già aveva fatto Dante, il volgare poteva diventare il linguaggio della teologia e della mistica.
Il Cinquecento vede due grandi figure che dalla Spagna illuminano la spiritualità dei contemporanei: Teresa d’Avila (1515-1582) e Giovanni della Croce (1542-1591), riformatori degli ordini carmelitani maschile e femminile. Di quest’ultimo hanno avuto grande fortuna letteraria la Salita del Monte Carmelo, l’opera più voluminosa e metodica, Notte oscura e Cantico spirituale, pagine in cui la poesia si alterna alla prosa, tutte pervase da un’idea fondamentale che il santo sintetizza nella formula «unione dell’anima con Dio», la meta ideale da raggiungere attraverso un itinerario che egli chiama «Notte oscura» e dopo il quale avviene lo sposalizio spirituale dell’anima con Cristo.
Giovanni non è soltanto uno dei massimi teorici della teologia mistica (per questo Pio XI nel 1926 lo incluse fra i Dottori della Chiesa), ma con la sua opera di poeta occupa un posto importante anche nella letteratura spagnola.
Teresa di Gesù, la prima donna ad essere proclamata Dottore della Chiesa (da Paolo VI, il 27 settembre 1970) si è giustamente guadagnata il titolo grazie alla diffusione universale dei suoi scritti e la solidità del suo pensiero spirituale, più che mai valido per l’uomo d’oggi. Caratteristico lo stile colloquiale, tra confessione e testimonianza, che pervade le sue pagine e sicuramente originale la capacità di Teresa di creare simboli letterariamente molto belli, dottrinalmente densi e accessibili ad ogni tipo di lettore: il castello interiore, l’orto dell’anima, il baco da seta che diventa farfalla. Comincia a scrivere esplorando il filone della sua vita interiore in una duplice direzione: teologica e psicologica, cioè nei suoi rapporti con Dio sul piano trascendente e nei risvolti della sua psicologia dal punto di vista umano. Dopo il Libro della vita, l’autobiografia da lei intitolata «delle misericordie di Dio», una volta diventata maestra del nuovo Carmelo scrive il Cammino di perfezione in cui presenta l’ideale apostolico, ascetico e contemplativo della sua riforma, e undici anni più tardi il Castello interiore, il suo capolavoro, una delle più grandi opere della teologia mistica. Ma la vediamo anche nei panni della narratrice nel Libro delle fondazioni, in cui racconta i viaggi compiuti per attuare la sua riforma nei monasteri che lei chiama «colombai della Vergine», e della poetessa in svariate occasioni con «strofe e romanze», mentre nel ricco epistolario e negli scritti minori non mancano addirittura battute di spirito in due brani, il Vejamen (Motteggio) e la Risposta a una sfida.
Siamo davanti a una donna dotata di una carisma di scienza e di sapienza che, sotto l’azione speciale dello Spirito Santo, riuscì a intravvedere e a descrivere l’opera misteriosa di Dio nel battezzato che si abbandona completamente al suo dinamismo santificatore.
C’è un patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici: san Francesco di Sales (1567-1622), che ha esercitato una enorme influenza sulla spiritualità cristiana a partire dal Settecento fino ai nostri giorni. La sua Introduzione alla vita devota (Filotea) e il Trattato dell’amor di Dio (Teotimo) ebbero una diffusione straordinaria e continuano ad averla. L’autore, nel primo parte dal concetto basilare di “devozione” intesa come amore dominante, intenso e pronto verso Dio; amore – e qui stanno l’originalità e l’attualità del santo – che non è da pensare come esclusivo di penitenti o di mistici o di appartenenti a ordini religiosi, ma è la vocazione di tutti, è il piano stesso di Dio nei confronti dell’uomo, realizzabile in qualsiasi stato di vita.
La Filotea si presenta dunque come un manuale pratico per giungere alla “vita devota”, esemplificando via via dei casi specifici propri di un uomo o di una donna che vivono nel mondo. Rivolto più a gruppi elitari è il Teotimo, che arriva a illustrare i momenti più alti della spiritualità e l’esperienza contemplativa di alcune anime mistiche (tra cui soprattutto santa Giovanna Francesca di Chantal). Attorno a questi due capolavori si collocano le Conversazioni spirituali che le monache Visitandine raccolsero dalla viva voce del Fondatore, le prediche e soprattutto l’epistolario familiare e di direzione spirituale.
A ragione Francesco di Sales è considerato uno dei migliori rappresentanti del cosiddetto “umanesimo devoto”, fiorito in area francese tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600: egli parla infatti di abbandono nelle braccia di Dio, di incontro amoroso tra due esseri personali, l’increato e il creato, nel mistero dell’incarnazione di Cristo e nella Chiesa. È stato giustamente definito il santo della dolcezza, dell’amabilità, dell’ottimismo: «Si prendono più mosche con un cucchiaio di miele», soleva dire, «che con un barile di aceto». Inizialmente, le suore della Visitazione da lui fondate univano alla contemplazione l’azione, visitando i poveri e gli ammalati, poi il metropolita di Lione lo obbligò a imporre loro la clausura. Il fascino di questo Dottore della Chiesa continuò comunque anche dopo la sua morte, soprattutto nell’800. Molte congregazioni maschili e femminili si sono ispirate alla sua spiritualità: tra queste ad esempio i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice di Don Bosco, le Figlie di San Francesco di Sales del Servo di Dio Carlo Cavina, le Salesiane dei Sacri Cuori di san Filippo Smaldone.
Quando, nel 1871, Pio IX proclamò Dottore della Chiesa il fondatore dei Redentoristi, sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), non mancarono le polemiche anche fra importanti ecclesiastici, a causa della morale da lui propugnata, che si opponeva al rigorismo senza però cadere nel lassismo. Le opere (ben 111) di questo predicatore e scrittore fecondissimo ebbero una fortuna immensa non soltanto in Italia, ma anche in Germania, Francia, Belgio e Spagna. Alcuni titoli sono familiari anche alla gente comune: le Massime eterne, ad esempio, le Canzoncine spirituali (tra cui i notissimi Tu scendi dalle stelle e O bella mia speranza), Le glorie di Maria, secondo il Roschini il più bel libro italiano sulla Madonna, che ebbe in Francia 324 edizioni, oltre alle molte in Inghilterra, Spagna, Olanda e in altri paesi; Apparecchio alla morte e Pratica di amar Gesù Cristo. Ma accanto a questi scritti, dallo stile popolare e accattivante, ci sono quelli di teologia morale e quelli di carattere dogmatico e apologetico che hanno esercitato un notevole influsso nella storia della Chiesa e della dottrina cattolica, nonostante gli attacchi lanciati contro di lui.
L’hanno soprannominata la santa della speranza: Teresa del Bambino Gesù (1873-1897) ha legato il suo nome come scrittrice alla sua Storia di un’anima, che ha conosciuto un successo incredibile, venendo tradotta in tutte le lingue. Vi si teorizza una «piccola via tutta nuova» di santità, la via della confidenza e dell’abbandono, la via della virtù teologale della speranza. Vivere l’intera vita con lo scopo di «far piacere a Gesù» è un’espressione ricorrente negli scritti della santa: l’esistenza cristiana diventa come un gioco infantile dove l’abbandono totale nelle mani di Gesù è da lei espresso ricorrendo alle famose immagini dell’uccellino che aspetta di essere portato sulle ali della grande aquila, o dell’ascensore che solleva in breve tempo e con facilità, o del giocattolino di Gesù che viene spesso da Lui usato oppure ignorato, ma che rende comunque felice l’amato. Non a caso il 19 ottobre 1997, domenica dedicata alle missioni, Giovanni Paolo II ha proclamato Teresa Dottore della Chiesa universale, esaltandone l’eminente dottrina, la peculiarità della sua sapienza teologica e spirituale, l’universalità e l’attualità del suo messaggio.
Più vicini a noi possiamo ricordare, tra gli scrittori con l’aureola, san Giovanni Bosco (1815-1888), fondatore della Società Salesiana e delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che vanta circa 150 opere a carattere divulgativo, scritte in uno stile spontaneo, immediato e concreto che era l’opposto della retorica ottocentesca allora di moda. Nel lungo elenco troviamo di tutto: dalle biografie dei santi (Vincenzo de’ Paoli, Giuseppe Cafasso che era stato suo direttore spirituale, San Pietro Principe degli Apostoli, san Giuseppe), o di giovani esemplari (tra cui ad esempio Domenico Savio), alle Vite dei Papi dei primi tre secoli o ad una Storia ecclesiastica ad uso della gioventù oppure a libri di apologetica in stile popolare, come Il cattolico istruito nella sua religione, Il cattolico provveduto, Conversazioni tra un Avvocato ed un Curato di campagna sul Sacramento della Confessione, la Chiesa cattolica e la sua gerarchia, la Storia d’Italia raccontata alla gioventù, La forza della buona educazione. Su un piano strettamente didattico, ecco L’aritmetica e il sistema metrico decimale, ma non mancano divagazioni di carattere storico come Fatti ameni della vita di Pio IX o più strettamente formativo come Il giovane provveduto (tradotto in varie lingue con lui ancora vivente), La chiave del Paradiso (44 edizioni), Il mese di maggio consacrato a Maria SS. Immacolata ad uso del popolo, ecc. Di grande interesse anche le Memorie dell’Oratorio di S. Francesco di Sales. Nel 1877 il santo dava alle stampe un breve fascicolo dal titolo Il sistema preventivo nell’educazione della gioventù, la cui attuazione concreta avrebbe fatto di lui un autentico caposcuola in campo pedagogico, e i cui cardini sono la religione, la ragione e l’amorevolezza.
Don Bosco fu anche editore, dando vita alle Letture cattoliche, alla Biblioteca della Gioventù Italiana e ad altre iniziative culturali di successo. Fondò poi un periodico, il Bollettino Salesiano, che ancora oggi a cadenza mensile viene tirato in diverse lingue per circa un milione di copie.
Suo contemporaneo fu il beato Tommaso Reggio (1818-1901), arcivescovo di Genova e fondatore delle Suore di Santa Marta, giornalista di vaglia, direttore per anni del primo quotidiano cattolico italiano – Il Cattolico, edito a Genova – e poi, alla chiusura di questo nel 1861, fondatore e direttore dello Stendardo Cattolico, la cui strategia era «combattere senza offendere, ammaestrare senza annoiare, dilettare senza venir meno a dovere o convenienza di storia». Fautore, insieme ad altri vescovi illuminati, della partecipazione dei cattolici al voto politico, mons. Reggio non riuscì a convincere il papa circa l’abolizione del Non expedit, il documento che la vietava e che lui aveva definito «un assassinio sociale»; così nel 1874, di fronte all’irrigidirsi della posizione vaticana, preferì chiudere il quotidiano per obbedienza al Pontefice e per non creare confusione tra i fedeli. La cessazione delle pubblicazioni venne così commentata dal laico Corriere mercantile: «Fu, tra i giornali clericali, uno dei più assennati e dei meno astiosi. Propugnando nobilmente le proprie idee, senza trascendere a contumelia verso gli avversari, seppe anche curare gli interessi economici della nostra provincia e della nostra città».
Infine, ecco un santo dei nostri giorni, Giuseppe Maria Escrivá de Balaguer (1902-1975), fondatore dell’Opus Dei e della Società sacerdotale della S. Croce. Tra le sue opere più conosciute, si segnalano Cammino, Il santo Rosario, La Chiesa nostra Madre, È Gesù che passa, Amici di Dio, Colloqui con mons. Escrivá, Via Crucis, diffuse in tutto il mondo in milioni di copie. Il nucleo del suo messaggio è la vocazione universale alla santità: «Santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro, santificare gli altri con il lavoro», con queste parole il santo sottolineava la necessità di fondere in una solida unità di vita l’attività professionale, la preghiera e l’apostolato, in modo che ogni aspetti dell’esistenza divenga un’offerta grata a Dio.
L’elenco potrebbe continuare. Ma bastano questi fugaci accenni a dimostrare l’enorme ricchezza spirituale che gli “scrittori con l’aureola” ci hanno lasciato per insegnarci a vivere da autentici cristiani.

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