Partirei, per introdurci nel nostro tema, dal concetto di rivoluzione: il dizionario la definisce «rovesciamento radicale di un ordine politico-istituzionale costituito» e, in senso più esteso, «trasformazione che si verifica in un settore di attività o che investe la mentalità, la morale». Nel caso di san Giovanni di Dio, sempre per stare al tema affidatomi, le due definizioni calzano perfettamente. Infatti, rivoluzionario, sempre secondo il dizionario, è colui che «fa una rivoluzione provocando un cambiamento radicale, una trasformazione in qualsiasi campo dell’agire umano, portando avanti posizioni radicalmente innovative rispetto alla tradizione».
La vita del Fondatore dei Fatebenefratelli (Fondatore non è la parola canonicamente esatta, ma nei fatti lui lo è stato) ci conferma nella nostra affermazione, anche per i ripetuti colpi di scena drammatici che non vi mancano (le chiamerei delle piccole rivoluzioni), sì che se ne potrebbe davvero ricavare un film o una “fiction” per la televisione.
Misteriosa fuga
Giovanni Cidade nasce portoghese, verso il 1495 (tre anni dopo la scoperta dell’America) a Montemor-o-Novo, da una famiglia modesta ma non povera. Non sappiamo nulla della sua infanzia salvo l’episodio chiave di una misteriosa fuga da casa quando ha appena 8 anni: un giorno, nell’abitazione di Andrea Cidade capita uno strano ospite – che il primo biografo definisce “un chierico” – che il mattino seguente sparisce insieme al piccolo Giovanni senza lasciare traccia di una destinazione. I contraccolpi in famiglia sono durissimi: la mamma morirà poco tempo dopo di crepacuore mentre il papà rimasto vedovo finirà i suoi giorni in un convento francescano di Lisbona.
Sull’episodio le ipotesi sono diverse: per alcuni il misterioso personaggio sarebbe stato mandato da persona autorevole a prelevare il bambino, che in realtà non sarebbe stato figlio di Andrea Cidade; ma questo non spiega il dolore dei genitori per la sua scomparsa. Secondo altri, essendo da poco stata scoperta l’America, lo sconosciuto avrebbe potuto plagiare il bambino con dei racconti di avventure straordinarie per indurlo a seguirlo. Fatto sta che dopo circa 300 km di cammino, Giovanni è affidato ad una famiglia di Oropesa, in Castiglia, ad un certo Francesco Cid detto “Mayoral”, sovrintendente del bestiame di un signorotto locale. Lì lavorerà come pastore fino all’età di 22 anni.
Col cappio al collo
Gli vogliono tutti bene, ma proprio quando il padrone vorrebbe dargli in moglie sua figlia, il nostro parte volontario per combattere contro i francesi in zona di confine sui Pirenei. Qui si dà a una vita da scioperato «per il cammino largo dei vizi» come afferma il biografo. Ed ecco un secondo dramma: Giovanni si fa rubare da un commilitone il bottino che il capitano aveva sottratto ai francesi dopo un vittorioso scontro e, per il codice militare, questo si paga con l’impiccagione. Ha già il cappio attorno al collo quando un notabile che passava di lì per caso , ma sembra ben conosciuto dal comandante, intercede per lui.
Il giovanotto viene graziato ma immediatamente espulso dall’esercito. Torna a Oropesa ma, dopo aver rifiutato l’ennesima proposta di matrimonio, si arruola nuovamente come volontario per combattere contro i Turchi presso Vienna. Stavolta torna soddisfatto, ma col chiodo fisso di sapere che fine hanno fatto i genitori che aveva abbandonato da piccolo. Purtroppo, in paese nessuno lo riconosce più, salvo uno zio il quale gli racconta ciò che è accaduto. Avviene qui una prima crisi interiore, preavviso della rivoluzionaria conversione che seguirà più tardi. Nonostante gli inviti dello zio che gli chiede di restare, Giovanni se ne va in cerca – sono sue parole – di un luogo dove poter «servire il Signore lontano dal paese natio». L’idea di centro è ora quella di “servire il Signore”: il santo si sente raggiunto dalla misericordia divina e cerca la strada per corrispondervi nel modo migliore mettendosi al servizio del prossimo.
Il dolore provato da orfano “senza famiglia”, da sbandato, e il terrore di una morte evitata per pura provvidenziale coincidenza, hanno spinto Giovanni ad aprire gli occhi sugli altri. Già da militare, per la verità, gli veniva spontaneo paragonare i cavalli lustri e ben pasciuti dei suoi ufficiali alla miseria di tanta gente vestita di stracci che gli capitava di incontrare quotidianamente. Ne provava pena, cercava di farsene una ragione.
Spaccapietre a Ceuta
Lo vediamo ora a Ceuta, in Marocco, al seguito di un nobile portoghese esiliato e rimasto privo di mezzi: per mantenere lui, la moglie e le quattro figlie, Giovanni lavora come spaccapietre nel cantiere che sta cingendo di mura la città. Il ritorno a Dio è cominciato e la prova e nel proiettarsi verso il prossimo bisognoso. Egli ha capito che saremo giudicati sulle opere di misericordia: «Avevo fame e mi avete sfamato, avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo, infermo, carcerato, ecc. Qualunque cosa avrete fatto a uno di questi piccoli, l’avrete fatta a me». Lo appassiona la parabola del buon Samaritano il quale è additato da Cristo a modello per tutti noi e a biasimo dei sacerdoti e dei leviti che non muovono un dito davanti alla vittima dei banditi lasciata sulla strada mezzo morta. Chi ha assaporato la misericordia di Dio si fa a sua volta misericordia verso ogni uomo, specie se sofferente. Non può più restare insensibile.
Una bancarella di libri
Dopo il Portogallo e la Spagna agricola, ecco dunque l’impatto con un’altra realtà, in un paese dove l’islam è maggioritario. Un suo amico, per sfuggire alla miseria, si fa musulmano e anche Giovanni teme di perdere la propria fede a contatto con un mondo in prevalenza non cristiano: non dimentichiamo che soltanto nel 1492 era caduta in Spagna l’ultima roccaforte araba, quella di Granada. E proprio lì, dopo la breve esperienza di Ceuta, si stabilisce il nostro, aprendo coi risparmi accumulati un negozio di libri a pochi passi dalla porta Elvira, la più importante della città, zona strategica per questo genere di attività. Per questo, il santo è anche venerato come patrono dei librai e dei bancarellai. Nonostante il regno arabo sia stato vinto, sono ancora molti i musulmani in Andalusia e Giovanni pensa che sia importante diffondere libri sani per evitare contaminazioni e soprattutto per aiutare i cristiani ad avere le idee chiare sulla propria fede. Missione attualissima e profetica, di cui c’è più che mai bisogno anche oggi di fronte all’invadenza di una cultura priva di valori. Il biografo afferma che i libri di natura religiosa, i catechismi e le immagini sacre li vendeva a poco prezzo per invogliare la gente a comprarli, spiegandone spesso anche i contenuti: anteprima di quello che oggi chiamiamo apostolato della buona stampa. Fare la carità della verità.
Bisogna ricordare però che, nel lasciare il Marocco, appena sbarcato a Gibilterra Giovanni ha fatto una confessione generale, tentando un bilancio della propria vita. Ha ormai 43 anni e, guardandosi indietro, si accorge di non aver combinato nulla di veramente significativo.
Una predica esplosiva
A indirizzarlo verso la scelta definitiva è una predica tenuta nel 1539, il 20 gennaio, festa liturgica di San Sebastiano, da san Giovanni d’Avila, il famoso “Maestro Avila”, l’apostolo dell’Andalusia canonizzato da Paolo VI nel 1970. Le parole del sacerdote producono in lui una commozione che è poco definire straordinaria: Giovanni perde ogni ritegno, si mette a urlare chiedendo perdono dei propri peccati, si butta a terra strappandosi la barba e i capelli: lo portano fuori di peso fino al suo negozio dove la crisi raggiunge il massimo: fa a pezzi i libri non religiosi, gli altri li distribuisce gratis, si libera anche degli oggetti della casa, ritrovandosi così in camicia e mutande. Viene in mente la scena di Francesco d’Assisi che davanti al suo vescovo si spoglia di tutto in segno di cambio radicale di vita.
Commento naturale di chi assisteva alla scena: questo è matto. Giovanni diventa ben presto lo zimbello della gente che lo vede rotolarsi in una pozza di fango nella piazza Bibarrambla, la più frequentata di Granada.
Il Maestro Avila, informato degli effetti dirompenti della sua predica, lo va a trovare e si rende conto che dietro alla radicalità di quei gesti c’è il segno di una chiamata divina: «Non voltarti indietro», gli dice, «e se ti senti demoralizzato vieni a trovarmi o scrivimi».
Il manicomio, la sua palestra
Alla fine però lo strano comportamento di Giovanni consiglia il suo internamento nel manicomio reale, fatto costruire nel 1511 da re Ferdinando (oggi è sede universitaria). E qui si pongono le basi della sua rivoluzione. Deciso com’era a mettersi al servizio degli altri, si rende conto che gli ultimi tra gli ultimi a quel tempo erano proprio i malati di mente, ai quali allora veniva riservato un trattamento del tutto inumano: camicia di forza, letto di contenzione e, soprattutto, frequenti dosi di frustate e secchi di acqua gelida per calmare i nervi. Lui sopporta tutto, ma si immedesima nella condizione di quei poveracci: che non sia matto lo capiscono dopo qualche tempo anche i medici, che lo dimettono per buona condotta, anche perché lui a sua volta si dà da fare per aiutare gli infermieri ad assistere i malati, ma lo fa con un taglio profondamente umano. E si infuria quando vede maltrattare qualcuno. Un giorno gli scappa una invocazione: «Cristo mi dia il tempo di avere un ospedale dove possa accogliere questi poveretti e servirli come desidero io». Il Maestro Avila, che è andato a trovarlo, lo incoraggia a seguire questa vocazione autentica: «Questa è la tua palestra», gli dice.
In quella parola “ospedale” e in quei due verbi -“accogliere e servire” – c’è tutto il programma di Giovanni. Prima di cominciare, però, il santo compie a piedi un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Guadalupe, distante oltre 300 km da Granada. Nell’annesso monastero dei monaci Girolomini, c’era un rinomato centro di medicina. Lì non si limita a pregare e a chiedere alla Vergine la conferma della sua scelta, ma impara anche, si prepara alla sua missione, “formandosi” diremmo noi oggi.
L’input decisivo alla conversione gli è venuto da una predica, dalla parola di Dio e da un testimone autorevole come san Giovanni d’Avila. Quanto bene fa meditare anche solo per pochi istanti, su un brano di Vangelo: ci consente di confrontare la propria vita con un modello e di misurarne la distanza; e con uno dei grandi testimoni di cui è ricca la nostra storia. I santi ci vengono proposti proprio per questo.
A caccia degli ultimi
Dalle parole, ai fatti. Il suo progetto è ormai chiaro: si tratta di creare una struttura di accoglienza alternativa a quell’inferno di ospedale che ha conosciuto. Nella Granada di quel tempo, agli occhi della popolazione benestante i diseredati non avevano diritti. Negli ospedali s’era sempre posto per i raccomandati ma difficilmente per i più poveri, costretti a far lista di attesa abbandonati sui marciapiedi, dove talora le gelate notturne li facevano morire assiderati. Giovanni, docile all’ispirazione di Dio, avverte la dignità di ogni essere umano, per quanto povero ed emarginato, e non solo li soccorre in ogni bisogno, ma si fa loro voce per scuotere le coscienze. Comincia a vagare nei boschi a raccogliere legna, la vende e col ricavato affitta un locale nella via Lucena: quanto ai poveri e ai malati, bastava guardarsi attorno, c’era solo l’imbarazzo della scelta: gira per i vicoli dei quartieri più miserabili in cerca di straccioni, vecchi, moribondi; lui li raccoglie, talvolta se li carica sulle spalle e li sistema coprendoli con una coperta o adagiandoli su un letto, sta loro accanto, li conforta con la parola e con la presenza affettuosa. Rimane al capezzale dei più gravi, tenendo loro la mano e aiutandoli a morire. Teresa di Calcutta ha dei precursori, Giovanni di Dio è tra questi. A lui interessa non solo la salute del corpo, ma anche quella dell’anima. Un ospedale tenuto da religiosi fa la differenza anche in questo.
Fate bene, fratelli!
Quello che manca per pagare il cibo e le medicine lui lo raccoglie elemosinando, e lo fa con un inedito invito, che diventerà poi addirittura il “logo” dell’Ordine ospedaliero: «Fate bene, fratelli, a voi stessi per amore di Dio». Un modo irresistibile per chiedere la carità, facendo capire che chi dona al povero dona a Dio e, non perde nulla, anzi ci guadagna, e in definitiva fa il proprio bene, il proprio interesse. Un concetto che il santo svilupperà bene nella sua prima lettera alla duchessa di Sessa: «Se guardassimo quanto grande è la misericordia di Dio», scrive, «non cesseremmo mai di far del bene potendolo; perché dando noi per amore suo ai poveri quel che Lui stesso ci dà, ci promette il cento per uno nella beatitudine: oh felice guadagno e usura! Chi non dà quel che possiede a questo benedetto Mercante, che fa con noi un affare così buono, e ci prega con le braccia aperte che ci convertiamo e piangiamo i nostri peccati, e facciamo carità, prima alle nostre anime e poi al prossimo? Perché come l’acqua uccide il fuoco, la carità uccide il peccato».
Ed ecco allora che colui che prima era considerato un pazzo, comincia ad essere visto con altri occhi e pochi resistono al suo invito. Già questo suo andare in cerca degli ultimi è rivoluzionario. Non aspetta che bussino alla sua porta, li va a scovare nei luoghi più impensati, perché molti non possono nemmeno muoversi o chiedere. Un giorno, un poveraccio gli muore addosso mentre lo sta portando all’ospedale. Il santo bussa a un palazzo vicino chiedendo in elemosina un lenzuolo per avvolgervi la salma e dargli dignitosa sepoltura. Ma il ricco gli sbatte la porta in faccia e Giovanni depone la salma alla soglia di quella casa e quando l’uomo si affaccia, gli dice: «Di fronte a Dio hai obbligo quanto me di prenderti cura di questo nostro comune fratello. Se mi rifiuti il lenzuolo, lascerò la sua salma davanti alla tua porta». Quello cambia idea e ancora oggi, a Granada, questa è chiamata la “casa del muerto”.
Da quel momento, la sua carità non ha limiti: ormai in città tutti lo conoscono e molti lo aiutano per consentirgli di intervenire dovunque ci sia dell’umanità sofferente da soccorrere. Ma, come dicevo, egli guarda all’uomo totale e sa che c’è una infermità anche spirituale da curare, quella delle vite sbagliate (lui ne ha fatto l’esperienza da giovane soldato); e allora non esita a entrare anche nei postriboli a tu per tu con le prostitute per parlare loro di Dio, sempre col suo crocifisso in mano, riuscendo sovente a strapparle alla professione e ad avviarle a farsi una famiglia. Narra il biografo: “Ti do quello che ti darebbe un altro per la tua prestazione”, dice ad una prostituta, “e anche di più; però ti prego di ascoltare due mie parole qui nella stanza”. La faceva  sedere e si inginocchiava davanti al suo crocifisso, cominciando ad accusarsi dei propri peccati e piangendo amaramente, ne chiedeva perdono a nostro Signore, con tanto affetto, che anche in essa suscitava contrizione e dolore delle sue colpe”. Poi, dopo aver parlato della passione di Cristo, le diceva: “Guarda, sorella mia, quanto sei costata a nostro Signore e pensa a ciò che ha sofferto per te”. Spesso la donna non dava retta, ma qualcuna cambiava vita ed egli le accompagnava nell’infermeria dell’ospedale e le aiutava con la mediazione di alcune benefattrici al corrente della sua iniziativa. La gente mormorava, ma lui tirava dritto, forte della sua coscienza pulita.
Giovanni di Dio
La sua conversione ha fatto ormai notizia, tanto che il vescovo di Tuy, presidente della Cancelleria Reale di Granada, gli suggerisce l’abito da indossare (un paio di calzoni grigi con sopra una tunica) ma soprattutto gli dà un nome che gli rimarrà attaccato per sempre: «D’ora in poi», gli dice, «ti chiamerai Giovanni di Dio». È il sigillo di una consacrazione definitiva nel segno della carità, a servizio dei poveri e dei malati.
I primi collaboratori
L’edificio di via Lucena a un certo punto non basta più e con l’aiuto di un gruppo di benefattori – la cui schiera si sta fortunatamente ingrossando, come è vero che l’esempio trascina – egli acquista uno stabile più grande sulla salita dei Gomeles, nei pressi dell’Alhambra: qui egli trasferisce i suoi malati e i suoi poveri, non esitando a caricarsi di debiti pur di non far mancare loro il necessario. Nota il De Castro: «Sistemò alcuni letti per i più sofferenti; e nostro Signore lo provvedeva di infermieri, che lo aiutassero a servirli, mentre egli andava a cercare elemosine e medicine per poterli curare». Egli dunque ha mobilitato l’intera città, trovando già dei collaboratori, tutti volontari laici come lui; ma si è reso conto che per dare stabilità alla sua opera ne occorrono altri “full time”, non soltanto dei benefattori pur preziosi. E poiché tutto è paradossale nella vita di questo santo, ecco in che modo altrettanto paradossale egli trova quelli che saranno i suoi primi continuatori. Siamo nel 1546. Un certo Pedro Velasco aveva assassinato il fratello di Anton Martin, il quale era venuto a Granada per farlo condannare o per farsi giustizia da solo. Conosce per caso Giovanni e gli racconta la sua storia, deciso più che mai a vendicarsi. Il santo durante un drammatico colloquio che ha come terzo protagonista il crocifisso, mettendosi in ginocchio davanti a lui lo convince a perdonare; non solo, ma il Velasco una volta liberato si unisce al Martin e i due, dopo aver fatto pace, diventano così le prime colonne dell’Ordine ospedaliero. Se non è rivoluzionario tutto questo: ho sempre pensato che una delle cose più difficili per un cristiano sia il perdono, soprattutto in determinate circostanze. Lui riesce a rivoluzionare le coscienze in senso cristiano.
Un eccezionale esempio di “servizio” a costo della vita Giovanni lo darà tre anni dopo, nel 1549, quando un furioso incendio scoppia improvvisamente nell’ospedale Reale. Appena lo viene a sapere, egli si precipita e «da solo», sono parole del De Castro, «portò in salvo, sulle spalle, tutti i poveri, uomini e donne; e poi gettò dalle finestre, con prestezza più che umana, tutti i letti e la roba che vi si trovava». Ma non contento sale sulla parte alta dove maggiore era il pericolo, per aiutare a spegnere il fuoco; ad un tratto è avvolto da due parti da una grande fiamma e tutti lo danno per morto: ricompare invece da una nuvola di fumo avendo soltanto le ciglia bruciacchiate. Il Sindaco, presente all’accaduto, lo ringrazierà pubblicamente a nome della cittadinanza.
Carità a tutto campo
Dal De Castro abbiamo anche un’idea di come era strutturato il suo ospedale, cioè in zone separate, in reparti secondo le patologie: «affetti da febbre, da bubboni, piagati, storpi incurabili, feriti, abbandonati, bambini tignosi (e ne faceva allevare molti che venivano lasciati alla porta), pazzi e idioti». E poi, per dare un’idea della sua carità senza frontiere, il biografo aggiunge: «senza contare gli studenti che manteneva e i poveri vergognosi nelle loro case… Fece anche una cosa di grande aiuto, e cioè approntò un locale con focolare, apposta per i mendicanti e i pellegrini, perché la notte vi si ritirassero a dormire e si riparassero dal freddo, tanto spazioso e ben sistemato da contenere comodamente più di duecento poveri. Tutti vi godevano il calore del fuoco che stava nel centro,e per tutti vi erano panche per dormire: alcuni su materassi, altri su graticci di giunco ed altri su stuoie, secondo che ne avevano bisogno, come si fa ancora oggi nel suo ospedale».
Ma la sua carità raggiunge anche gente al di fuori dell’ospedale: «Ragazze ritirate», dice il biografo, «religiose e monache povere, donne sposate che pativano difficoltà in occulto. E con molta diligenza e carità le provvedeva del necessario, chiedendo elemosina per esse alle signore ricche ed agiate; ed egli stesso comprava loro il pane e la carne, e pesce e carbone, e tutto il resto necessario per il sostentamento». In sostanza, è fortemente e pubblicamente critico davanti alle varie realtà sociali di ingiustizia e rivendica ai poveri la stessa dignità degli altri; mette i potenti di fronte ai bisogni dei poveri, difende i deboli: la sua esortazione alla carità e anche un appello alla giustizia sociale. E – si noti – fa la sua rivoluzione senza violenza, unicamente con l’esempio, pagando sempre di persona.
Dal racconto del biografo si capisce che ormai la gente di Granada contribuiva largamente al mantenimento dell’opera. Ma lui vuole anche il Re faccia la sua parte in questa iniziativa di carattere sociale e va di persona alla corte di Valladolid per chiedere aiuto a Filippo II. Vuole che anche lo Stato faccia qualcosa, al di là dell’impegno dei privati. Scandalizza un po’ tutti rivolgendosi al sovrano con queste parole: «Non saprei chiamarti con altro nome che quello di fratello in Gesù Cristo». Cioè gli fa capire che, secondo il Vangelo, per lui è uno come gli altri, dal momento che chiama fratelli tutti gli uomini, anche coloro ai quali nella strada chiede l’elemosina. E ciò è davvero rivoluzionario, soprattutto per quei tempi. Il re capisce e gli dice: “Chiamami pure come ti piace”.
Curare i corpi e le anime
Dalle sei lettere che Giovanni ci ha lasciato – poche, ma sufficienti – possiamo farci un’idea della forza trainante del suo progetto di vita. Il santo vede la vocazione ospedaliera come cura dei corpi e delle anime; insiste affermando che«prima di abbracciarla, bisogna prepararvisi e disporsi alla fatica e ai sacrifici che impone»; inoltre, una volta entrato nell’ordine, il frate deve far penitenza, condurre vita austera, soffrire fame, sete, disonori, fatiche, angustie, contrarietà e molestie; sopportare tutto per amore di Dio, lavorare molto, non stare mai in ozio, assistere e vigilare continuamente i poveri e gli infermi, sacrificarsi e perseverare senza limiti con fedeltà fino alla morte, amare Gesù sopra ogni cosa. Un programma in cui anche noi laici impegnati a dare la nostra testimonianza di fede possiamo pienamente ritrovarci. Quell’impegno di “fedeltà fino alla morte” sarà onorato in misura eroica da molti suoi figli: pensiamo ai 71 Fatebenefratelli beatificati da Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1992 come martiri della guerra civile spagnola del 1936. Il Priore Generale di allora, fra Narciso Durchschein, aveva diffuso una lettera ai suoi frati spagnoli in cui affermava, tra l’altro: «Vista ed esaminata attentamente la gravissima situazione politica della Spagna… i nostri religiosi non abbandoneranno l’assistenza ai malati, fino a quando le autorità se ne facciano carico… rimangano al capezzale dei malati fino a quando forze maggiori non impongano di abbandonarli…. Questo sarà eroico, visto lo stato di anarchia che regna, ma questo è richiesto da un sacro dovere». Rimasero tutti, pagando con la vita.
Durante un’intervista, che fu pubblicata nel volume “reinventare l’ospedale”, chiesi nel 1995 a fra Pierluigi Marchesi, indimenticabile Priore Generale dell’Ordine, profeta dell’umanizzazione dell’ospedale, col quale ho avuto la fortuna di collaborare per diversi anni: «se San Giovanni di Dio vivesse oggi, si occuperebbe ancora di malati o farebbe qualcosa d’altro?». Risposta: «Ritengo, sulla base degli studi condotti sulla sua personalità e sulla conoscenza che possiedo circa la sua spiritualità, di poter dire che continuerebbe a occuparsi di malati. Soltanto lo farebbe in maniera diversa: non darebbe più all’infermo la coperta (che allora fu una grande conquista!), ma gli darebbe la “copertura”, l’accompagnamento nella malattia. L’uomo malato diventa come un bambino sotto il peso del suo male , si smarrisce, perde la strada, si sente solo. Il medico non ha sempre il tempo di farsi carico di lui come uomo: spesso pensa soltanto a curarne la patologia. Inoltre, Giovanni di Dio cercherebbe di preparare nell’uomo lo spazio per Dio, proprio perché viviamo in un contesto di secolarizzazione sempre più spinta. Farebbe quella che oggi si chiama “nuova evangelizzazione”. Egli sapeva indurre tutti i suoi ospiti a confessarsi, a pregare… Ma soprattutto Giovanni di Dio si preoccuperebbe di formare chi sta accanto al malato».
Morire in ginocchio
La totale disponibilità di Giovanni di Dio a servire trova un’ultima conferma in un gesto che gli costerà a breve distanza la vita: nel 1550, durante una piena del fiume Genil, la povera gente si precipita sulle rive per raccogliere la legna portata dalla corrente: un ragazzo entra in acqua ma viene travolto. Giovanni si butta per salvarlo, ma inutilmente perché il giovane affoga. Il bagno nelle fredde acque del fiume (siamo ancora in inverno ) procura al santo una grave polmonite da cui non si rimetterà. All’arcivescovo che lo va a visitare, egli mette in mano il libro contabile coi debiti, facendosi promettere che pagherà tutto. Si preoccupa che nulla venga a mancare ai suoi ospiti. Poi – ultimo colpo di scena – chiede di essere lasciato solo per un po’ nella sua stanza. Sentendo avvicinarsi la fine, si alza a fatica dal letto, si veste e, dopo essersi inginocchiato sul pavimento, muore stringendo fra le mani il crocifisso. In quella posizione lo troveranno stecchito un paio d’ore dopo. Sono passati poco più di 11 anni dalla conversione: e in 11 anni egli ha fatto la sua rivoluzione.
Atipico fino all’ultimo, egli si spegne senza aver fondato un ordine religioso, ma ha formato i suoi primi collaboratori che, irresistibilmente attratti dal suo esempio e dal suo carisma, decideranno si unirsi a vita comune per continuarne l’opera, che già allora ospitava circa 200 poveri. Sarà papa san Pio V, nel 1572, a dare ai Fatebenefratelli la regola di Sant’Agostino, mentre i discepoli ne ingrosseranno le file in maniera impressionante: appena un secolo dopo la morte del santo, essi gestiscono già 224 ospedali. Una diffusione così imponente si spiega con l’ideale di dedizione totale imposto da Giovanni di Dio ai suoi seguaci, che si concreterà nel tipico quarto voto di ospitalità, ma anche con le sue concezioni assistenziali del tutto avveniristiche, soprattutto nel campo dei malati di mente, basate sul rispetto della personalità del malato, in stridente contrasto con il sistema usato in tutti gli altri nosocomi di allora. Per questo Cesare Lombroso, il famoso psichiatra veronese che ha legato il suo nome soprattutto agli studi di antropologia criminale, ha definito san Giovanni di Dio “il creatore dell’ospedale moderno”.
Un ordine laicale
Per concludere stando sempre al nostro tema – il vero rivoluzionario nel sociale, oggi – c’è un altro aspetto che vorrei sottolineare nell’avventura del nostro protagonista: il ruolo dei laici che fin dagli inizi della sua opera risulta determinante (lo stesso Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli è laicale, pur prevedendo dei sacerdoti per le necessità del ministero pastorale). Giovanni è convinto che sia possibile raggiungere la perfezione cristiana nei diversi stati di vita in cui l’uomo si trova: «Chi vuol salvarsi», scrive alla duchessa di Sessa, «deve portare le propria croce ognuno come a Dio piace, sebbene tutti mirano ad un medesimo scopo. Ognuno va per la sua strada secondo che Dio lo incammina: alcuni son frati, altri chierici e altri eremiti, e altri sono sposati; cosicché in ogni stato ognuno può salvarsi, se vuole». Siamo in anticipo su quanto riaffermato autorevolmente dal Vaticano II circa la santità, che in passato pareva appannaggio solo di preti, frati o monache.
Oggi poi sono migliaia i laici che in una cinquantina di paesi del mondo operano nelle strutture assistenziali dell’Ordine come collaboratori, volontari o benefattori, mentre ci si sforza di aggiornare le modalità tradizionali di realizzare l’ospitalità, cioè quella casa aperta a tutti giorno e notte dove campeggia la scritta “Qui comanda la carità”. E vorrei concludere con una frase lapidaria – e a suo modo rivoluzionaria, secondo alcuni teologi – del nostro Santo, che mi ha sempre particolarmente impressionato, quando nella lettera a Luigi Battista afferma: «Abbiate sempre carità, perché dove non c’è carità non c’è Dio, anche se Dio è in ogni luogo».

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