Fidarsi di Dio sempre, comunque e dovunque, abbandonarsi alla sua volontà nella certezza che così la nostra vita raggiunge il massimo della realizzazione. Lo diceva già Gesù nel Vangelo, ce lo ripetono i santi, soprattutto alcuni tra essi che hanno fatto della fiducia in Dio una caratteristica della propria spiritualità.
Tutto parte dalla constatazione dell’amore che Dio ha per le sue creature: il bambino si sente sicuro tra le braccia della mamma perché sa che è da lei amato. E su questo amore divino troviamo pagine stupende scritte attraverso i secoli. Se ne volessimo fare una esauriente antologia ne uscirebbero volumi a non finire. Ci limitiamo a qualche citazione.
Caterina da Siena (1347-1380), Dottore della Chiesa, che nel Dialogo ci fornisce il trattato più completo sull’amore di Dio, conclude sempre le sue lettere con questa esortazione: «Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio» e con le parole «Gesù dolce Gesù amore». Non a caso il suo Epistolario è stato definito dal De Sanctis “il codice d’amore della cristianità”.
Le fa eco Francesca Romana (1384-1440), la santa patrona dell’Urbe, che nelle sue visioni mistiche non parla che di questo: «Io sono quel fuoco”, le dice una misteriosa voce, «che accendo e non consumo l’anima amante…Io son quell’amore che mi sono innamorato e sono impazzito per l’anima che mi vuole. Venni dal cielo per poterla sposare e la voglio condurre a star sempre con me… La voglio saziare d’amore, la voglio far stare unita a me, in un pascolo nuovo, per tutta la sua vita…».
Ancora Caterina nel suo Libro ripete concetti analoghi, trasmettendoci ciò che Dio le dice: «La mia provvidenza non mancherà mai a chi vorrà riceverla, a quelli che perfettamente sperano in me».
Il fondatore dei Barnabiti, Antonio Maria Zaccaria (1502-1539) in uno dei suoi sermoni affermava: «Dio si fa tuo amante, e figlio, e padre, e madre insieme. Egli ti cerca, ti chiama e di continuo ti invita. Oh, infelici quelli che l’abbandonano, e beati quelli che stanno nell’abisso di questa dolcezza eterna!… La bontà di Dio non guarda alla malizia nostra… Avendoti Dio dato il Figlio suo, come vuoi che con esso non ti abbia dato e darà ogni cosa?».
L’altra donna proclamata Dottore della Chiesa nel 1970 insieme a Caterina è Teresa d’Avila (1515-1582), che sotto l’azione dello Spirito Santo riuscì a intravvedere e a descrivere l’opera misteriosa di Dio nel battezzato che si abbandona completamente al suo dinamismo santificatore: «La somma perfezione», afferma la riformatrice dell’Ordine Carmelitano, «non sta nelle dolcezze interiori, nei grandi rapimenti, nelle visioni e nello spirito di profezia, bensì nella perfetta conformità del nostro volere a quello di Dio, in modo da volere anche noi – e fermamente – quanto conosciamo che Egli vuole, accettando con la medesima allegrezza tanto il dolce che l’amaro, quando in questo è il suo volere».
Con  Francesco di Sales (1567-1622) troviamo un altro grande cantore della fiducia in Dio. Con una peculiarità che, dati i tempi, era di modernità una sconcertante. Infatti, nella prefazione alla Filotea (Introduzione alla vita devota) egli osserva che gli autori che avevano trattato questo argomento «ebbero quasi sempre di mira l’istruzione di persone segregate dal mondo o per lo meno insegnarono una devozione che conduce a questo completo isolamento; io invece ho in animo di istruire coloro che vivono nelle città, tra le faccende domestiche, nei pubblici impieghi, e che dalla propria condizione sono obbligati a fare, quanto all’esterno, la vita che tutti fanno». E in quello che è considerato il suo capolavoro, il Teotimo (Trattato dell’amor di Dio), teorizza proprio l’abbandono totale, sereno e fiducioso alla volontà divina. Abbandono che ha la sua forza motrice nell’amore.
Qui Francesco non si nasconde le difficoltà, soprattutto in presenza di prove dolorose che il Signore manda. Ma «amare le sofferenze e le afflizioni», spiega, «per amore di Dio è la vetta della santissima carità: in ciò, infatti, non c’è niente di amabile tranne la volontà divina; c’è una grande contrarietà da parte della nostra natura, perché non soltanto si lasciano tutte le voluttà, ma si abbracciano i tormenti e le fatiche». Ricorda poi l’esempio del biblico Giobbe che esclama: «Se abbiamo ricevuto i beni dalle mani di Dio, perché non dovremmo ricevere anche i mali?». Ancora una volta occorre fidarsi di Dio: «Bisogna dunque sopportare con amore le avversità, giacché vengono dalla stessa mano del Signore, ugualmente degna d’amore quando distribuisce afflizioni come quando concede consolazioni. I beni sono accolti volentieri da tutti, ma ricevere i mali appartiene soltanto all’amore perfetto».
Di solito, quando si parla di amore, vi si abbina il cuore, come l’organo che lo vive e lo manifesta. Se oggi milioni i cristiani ripetono la bella giaculatoria «Sacro Cuore di Gesù, confido in Te!», lo si deve ad una santa monaca della Visitazione, Margherita Maria Alacoque (1647-1690) alla quale durante una visione Cristo disse: «Ecco il cuore
che ha tanto amato gli uomini, che non ha risparmiato nulla fino ad esaurirsi e a consumarsi, per testimoniare loro il suo amore; e per riconoscenza ricevo dalla maggior parte ingratitudine a causa delle irriverenze e dei sacrilegi e a causa delle freddezza  e del disprezzo che hanno per me  in questo sacramento di amore». La risposta sta nel prendere sul serio questo amore e nel lasciarsi guidare da esso.
In tempi più vicini ai nostri, Teresa di Gesù Bambino (1873-1897), anch’essa proclamata Dottore della Chiesa nel 1997, fece del perfetto abbandono alla volontà di Dio la bussola della sua breve vita. Già prima di entrare nel Carmelo si era offerta a Gesù Bambino per essere il suo giocattolo, la sua pallina che egli poteva gettare in terra, spingere col piede, bucare, lasciare in un cantuccio, oppure stringere al cuore se questo gli fosse piaciuto. Il 9 giugno 1895, festa della Santissima Trinità, durante il ringraziamento alla comunione si offrì vittima di olocausto all’amore misericordioso del Signore. E per raggiungere la santità cercò una strada diritta e corta: quella dell’infanzia spirituale: «Siamo in un secolo di invenzioni», scrive nella sua Storia di un’anima, «non vale più la pena di salire gli scalini, nelle case dei ricchi un ascensore li sostituisce vantaggiosamente. Vorrei anch’io trovare un ascensore per alzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione. Allora ho cercato nei libri dei Santi l’indicazione dell’ascensore, oggetto del mio desideri, e ho letto queste parole pronunciate dalla saggezza eterna: “Se qualcuno è piccolo, venga a me” (Prov 9,4). Allora sono venuta, pensando di aver trovato quello che cercavo, e per sapere, o mio Dio, quello che voi fareste al piccolissimo che rispondesse al vostro appello. Ho continuato le mie ricerche, ed ecco ciò che ho trovato: “Come una madre carezza il suo bimbo, così vi consolerò, vi porterò sul mio cuore, e vi terrò sulle mie ginocchia” (Is 66, 12, 13). Ah, mai parole più tenere, più armoniose hanno allietato la mia anima: l’ascensore che deve innalzarmi al Cielo sono le vostre braccia, Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, al contrario  bisogna che resti piccola, e che lo divenga sempre di più».  E più tardi scriverà: «Amiamo la nostra piccolezza, desideriamo di non sentire nulla. È la fiducia, e nient’altro che la fiducia, che deve condurci all’Amore», perché Gesù «vuole darci gratuitamente il suo Cielo».
Quell’aggettivo – gratuitamente – introduce al tema della misericordia divina, elargita a chiunque la invochi. A valorizzare tale connessione è una santa contemporanea, la polacca Faustina Kowalska (1905-1938), alla quale il Signore ha rivelato: «Il mio Cuore è stracolmo di tanta misericordia per le anime e soprattutto per i poveri peccatori. Oh! Se riuscissero a capire che io sono per loro il migliore dei padri… Non trovo il completo abbandono al mio amore. Tante riserve! Tanta diffidenza! Tanta cautela! Scrivi questo per le anime afflitte: quando l’anima vede e riconosce la gravità dei suoi peccati, quando si svela ai suoi occhi tutto l’abisso di miseria in cui è precipitata, non si disperi, ma si getti con fiducia nelle braccia della mia misericordia, come un bambino fra le braccia della madre teneramente amata».
Per altri santi, fidarsi di Dio ha significato anche imbarcarsi in imprese che a occhio umano erano giudicate pazzesche o impossibili, ma che poi si realizzavano come per miracolo. Prototipo di questi uomini di Dio è Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842) la cui grandiosa opera nacque e si sviluppò grazie ad una illimitata fiducia nella Provvidenza divina. Cominciò con una casetta nel rione torinese di Valdocco, dove si era trasferito dopo la chiusura di un ospedaletto a causa dell’epidemia di colera. Con lui c’erano due suore e un malato di cancro. Come “vicini di casa” aveva (e ci sono tuttora) il monastero delle “Maddalene” e l’istituto delle “Maddalenine” fondati dalla serva di Dio Giulia Colbert di Barolo, e più tardi nei pressi sarebbe sorto il complesso dell’Oratorio Salesiano di Don Bosco. Quella che lui chiamò Piccola Casa della Divina Provvidenza diventò con gli anni quella che è oggi una vera e propria cittadella della carità.
Particolare non secondario: il Cottolengo non rivolse mai alcuna richiesta diretta alla generosità dei torinesi o alla Corte: era la gente che, anche in forma anonima, faceva affluire il necessario per mandare avanti tutto. Per non far torto alla Provvidenza, inoltre, il santo non volle mai saperne di contabilità e di rendiconti, convinto che «a chi straordinariamente confida, Dio straordinariamente provvede». Quando era a corto di viveri e di soldi, si inginocchiava ai piedi della Vergine e otteneva infallibilmente quanto gli occorreva. E il miracolo continua.
Nella storia di tanti fondatori e fondatrici, non si contano gli episodi di questo genere. Anche il Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney (1786-1859), ad un certo punto aveva deciso di mettere in piedi, con l’aiuto di alcune generose contadine, una scuola per le ragazze della sua parrocchia. Si improvvisò architetto, muratore e finanziatore di quello che chiamò Istituto della Provvidenza. Gli inizi furono durissimi, in un clima di grande povertà, ma Dio più volte moltiplicò il grano, il vino, il pane e i denari che servivano al sostentamento delle orfane e delle alunne.
Per stare ai nostri giorni, la beata Madre Teresa di Calcutta (1910-1997), quando il 16 agosto 1948 decise di uscire dal convento delle Suore di Loreto per dedicarsi ai più poveri tra i poveri, era senza bagaglio, senza un tetto, vestiva un semplice sari bianco, di quelli che indossano le donne più povere del Bengala, e aveva in tasca cinque rupie: ma nel cuore una fede incrollabile, decisa a rispondere all’invito radicale che il Signore le aveva rivolto: «Sapevo che era la Sua volontà», spiegherà più tardi, «e che dovevo seguirlo verso coloro che, come Gesù, non avevano un luogo dove posare il capo: il nudo, il disprezzato, l’abbandonato, il dimenticato, l’affranto. Non v’era dubbio: doveva essere opera sua… Non sapevo come tutto ciò sarebbe stato raggiunto, e così mi lasciai usare da Dio a modo Suo, un modo a me ignoto». Sappiamo come finì questa impresa che agli occhi delle gente pareva una follia. Lasciarsi usare, il massimo della confidenza in Dio.
Ci piace concludere questa piccola carrellata con le parole di un Papa, il beato Giovanni XXIII (1881-1963), che della fiducia in Dio e nella Madonna parlava spesso nelle sue lettere, in particolare alle molte rivolte ai quattro rettori del Seminario Romano dove era entrato nel 1901 per completare gli studi, e coi quali mantenne sempre un intenso rapporto. Tra l’altro, in quel seminario si venera un piccolo dipinto riproducente la Madonna della Fiducia, alla quale egli raccomandava i suoi cari «tutte le mattine e tutte le sere». Chiamato a svolgere incarichi sempre più importanti, il futuro Pontefice affermava nel 1931: «Ho toccato con mano che il Signore non manca di assistere chi l’invoca e in lui si abbandona. Ciò che da lontano fa impressione (allora era Nunzio in Bulgaria), praticamente diventa semplicissimo e naturale. E così attraverso difficoltà e incertezze si serve il Signore e la santa Chiesa e niente più fa paura».
Nel dicembre 1949, a mons. Roberto Ronca, che era stato nominato Prelato di Pompei diceva che il saperlo occupato in questo nuovo incarico era per lui «motivo di ammirare un’altra volta di disegni della Provvidenza intorno alla nostra vita. Si va, si va, seguendo una direzione che si crede la più corrispondente alle nostre attitudini personali. Ad un certo punto eccoci chiamati a fare altro, e trasferiti… in un nuovo campo di lavoro dove poco a poco si sente e si gusta una assistenza e una grazia inattesa e tanto più preziosa da farci dire che qui veramente ci voleva il Signore a nostra santificazione e a più grande fecondità del nostro sacerdozio. “Voluntas Dei pax nostra”. Non cesserò mai di ripetere queste parole di S. Gregorio Nazianzeno».
A fidarsi di Dio, dunque, ci si guadagna sempre.

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