Il 24 gennaio la Chiesa onora san Francesco di Sales, il vescovo di Ginevra che nel 1923 fu proclamato da Pio XI patrono dei giornalisti e degli scrittori. E non a caso; infatti, poiché all’inizio del suo apostolato tra i calvinisti del Chiablese quasi nessuno assisteva alle sue prediche, egli inventò un sistema per raggiungere ugualmente la gente: fece stampare le verità più conculcate della fede su fogli volanti (denominati Controverses, controversie) che egli di notte affiggeva ai muri o introduceva nelle case. In stile che potremmo definire giornalistico esponeva con sobrietà la dottrina cattolica e confutava gli errori in tono fermo ma conciliante. Dopo sette mesi, la fortezza avversaria cominciò a dare segni di cedimento: la serenità del suo volto, la forza convincente delle sue argomentazioni crearono attorno a lui stima e simpatia provocando le prime conversioni che poi si moltiplicarono: in una relazione inviata al Papa nel 1603 si affermava che 25 mila persone erano ritornate alla fede cattolica!

Prima di lui…

Bisogna dire che Francesco aveva avuto degli antesignani: ad esempio Domenico di Guzman (1175-1221), che mentre nel Tolosano infuriava l’eresia albigese, fondò l’ordine dei frati Predicatori, dedicandosi anima e corpo alla diffusione della verità evangelica. A quel tempo, sul pulpito salivano troppe persone senza testimoniare e quindi la Parola di Dio era loro sconosciuta, perché non la vivevano. Domenico con la sua vita santa risultava credibile e molti uditori si convertivano.
Ecco poi santa Chiara di Assisi (1193-1253) proclamata da Pio XII nel 1958 patrona della televisione, a causa di un miracolo avvenuto la vigilia di un Natale: Chiara, essendo malata da  non potersi alzare dal letto per partecipare alla Messa di mezzanotte, per una grazia speciale poté vedere – oggi diremmo “televedere” –  e ascoltare l’intera celebrazione come se vi fosse stata presente.
Patrono dei pubblicitari è invece san Bernardino da Siena (1380-1440) il quale nelle sue prediche per mantenere viva l’attenzione degli ascoltatori utilizzava come sussidio visivo una tavoletta di legno su cui erano dipinte le iniziali JHS (Jesus Hominum Salvator), simbolo del nome di Gesù. Al termine della sue predica, il santo invitava la folla a baciare il monogramma sacro, che ebbe subito un successo travolgente, tanto che ancora oggi lo si trova riprodotto sui portoni all’ingresso di molte case.
C’è pure un patrono dei librai: nientemeno che il fondatore dei Fatebenefratelli, lo spagnolo san Giovanni di Dio, il creatore dell’ospedale moderno come lo definì Cesare Lombroso. Prima di trovare la sua definitiva strada a servizio degli infermi, egli esercitava il commercio con una bancarella in cui vendeva libri religiosi e immagini sacre nei pressi della Porta Elvira, a Granada.

Tra Ottocento e Novecento

Ma è soprattutto nell’Ottocento e Novecento, con lo straordinario sviluppo dei mass media, che nascono nuove forme di evangelizzazione per iniziativa di grandi figure di testimoni, tra i quali anche due martiri. Cominciamo dal beato Ludovico Pavoni (1784-1849), fondatore dei Figli di Maria Immacolata, il quale, nel quadro delle svariate iniziative a favore dei fanciulli «più poveri, rozzi, dimenticati e disprezzati», fu pioniere dell’istruzione professionale coi suoi laboratori tendenti ad avviare i giovani ad un mestiere. Nel 1823 impiantò anche una tipografia che per lungi anni a Brescia sarebbe stata espressione della stampa cattolica e vero strumento di apostolato, oltre che benemerita per  tante edizioni a carattere popolare. Ancora oggi tale apostolato continua con la casa editrice Ancora, il cui catalogo la  pone un posizione di prestigio nell’editoria cattolica italiana.
Un cenno merita anche il recentissimo beato Antonio Rosmini (1797-1855), autentico gigante della cultura dell’Ottocento, un sincero innamorato di Dio, degli uomini e della Chiesa, che con i suoi scritti anticipò scelte importanti che la Chiesa avrebbe fatto proprio dopo il Concilio Vaticano II. Purtroppo, come accade sempre ai profeti che hanno la vista lunga, quando stava per essere creato cardinale da Pio IX, fu  messo al bando in seguito alla condanna di due sue opere: Le cinque piaghe della Santa Chiesa – in cui si rivela la sua grandezza profetica – e la Costituzione civile secondo la giustizia sociale. Esiliato nel silenzio dell’indifferenza per oltre un secolo, riemergerà poi in tutta la sua grandezza, sarà studiato e farà discutere, rivelandosi un testimone di straordinaria attualità.
Quasi contemporaneo gli è san Giovanni Bosco (1815-1888), che fin dagli inizi del suo apostolato intuì l’importanza della divulgazione con linguaggio popolare, scrivendo diverse opere in difesa delle verità che erano messe in discussione dai Valdesi, i quali dopo che era stata loro concessa la libertà di culto si erano organizzati in Piemonte per una propaganda capillare delle loro idee. Così il santo nel 1853 lanciò le Letture Cattoliche, fascicoletti mensili che trovarono subito larga diffusione, suscitando la reazione rabbiosa dei protestanti: questi tentarono più volte con offerte di denaro di farlo desistere, ma visto che egli raddoppiava il suo impegno, lo minacciarono e tentarono anche di ucciderlo. Più tardi, il santo diede vita a un mensile – il Bollettino Salesiano – che ancora oggi è diffuso in tutto il mondo in milioni di copie. E i Salesiani, nel solco tracciato dal Fondatore, diedero vita a case editrici di grande impatto: la Società Editrice Internazionale (SEI) e la ELLE DI CI (Libreria Dottrina Cristiana).
Ma in quel periodo altre grandi anime furono suscitate per diffondere e testimoniare il Vangelo con la parola, con gli scritti e con la santità della vita. Tra questi il beato Tommaso Reggio (1818-1901), arcivescovo di Genova e fondatore delle Suore di Santa Marta, il quale pur nella molteplicità dei suoi impegni pastorali (catechesi, predicazione per cui era ricercatissimo, assistenza ai carcerati, cura delle anime consacrate) fu tra i fondatori de L’Armonia della religione colla civiltà, il primo quotidiano cattolico genovese, trasferito poi a Torino; e più tardi arrivò a dirigere due altri quotidiani del capoluogo ligure: Il Cattolico e, quando questo sospese le pubblicazioni, Lo Stendardo Cattolico, muovendosi sempre in sintonia con la Chiesa, nel rispetto della verità e della giustizia con tutti. Lo storico mons. Carlo Marcora ha scritto di lui: «Il direttore dello Stendardo Cattolico si mostra sempre un evangelizzatore, mai l’acre polemista che intende abbattere, ma l’illuminato apostolo che desidera ardentemente convertire, attirandosi, così, anche la stima degli avversari».
Suo obiettivo costante era quello di informare il popolo cristiano e di educarlo ad un sano spirito critico che, in anni difficili di grandi cambiamenti come quelli di metà Ottocento, consentisse di non rimanere plagiati dalle nuove ideologie. E a questo lavorò indefessamente per un quarto di secolo, in piena fedeltà alla Chiesa e al Papa, della quale diede un esempio clamoroso nel 1874: pur essendo egli da sempre favorevole alla partecipazione dei cattolici alla vita politica, quando uscì il famoso pronunciamento del Sant’Offizio Non expedit, che la vietava, egli preferì cedere la direzione dello Stendardo ad un altro sacerdote, al quale poco dopo consigliò addirittura di cessare le pubblicazioni.
Chi scrive ebbe la fortuna di conoscere personalmente (abitava a un centinaio di metri da casa sua) il Servo di Dio mons. Carlo Sonzini (1878-1957), prevosto della basilica di San Vittore a Varese, che dal 1915 al 1956 diresse il settimanale cattolico Luce!, con il quale, nonostante l’attiva presenza della massoneria, del socialismo anticlericale e – più tardi – della censura fascista, riuscì a diffondere e difendere l’insegnamento della Chiesa, denunciando ogni forma di malcostume, promuovendo l’insegnamento religioso nelle scuole e lottando per la libertà di stampa. Egli concepiva il giornalismo come lotta e come impegno religioso e civile: «Ai quotidiani mercenari», così nel 1927 su Luce!, «che trattano la missione del pubblicista come un’industria qualunque per far soldi e trafficare vantaggiosamente dei capitali, stanno di fronte i nostri quotidiani, che non hanno dovizie dei pescecani della stampa, ma recano l’impronta dei sacrifici e delle privazioni di martiri ignorati».
Incurante dei rischi che correva, con articoli coraggiosi difendeva le classi lavoratrici maggiormente esposte a sfruttamento e, in particolare, le domestiche abbandonate a se stesse, ragazze di campagna che arrivavano in città sprovviste di mezzi ed esposte a gravi pericoli morali. Per loro fondò l’associazione di Santa Zita e una casa di accoglienza dove più tardi prese forma la congregazione delle Ancelle di San Giuseppe.
Il coraggio che mostrava nei suoi articoli di denuncia gli procurò non poche noie da parte delle autorità fasciste (venne anche convocato dal Tribunale speciale). Ma egli non si piegò mai: «Il nostro dovere», scriveva, «è di dire la verità, e tutta la verità, specialmente quando è compromessa la salute di tante anime, il bene dell’avvenire del nostro popolo. Ne andasse anche la vita, poco c’importa; non intendiamo seguire Nostro Signore soltanto sulle strade pacifiche, ma anche sul Calvario». E anche quando il Fascismo pareva diventato più condiscendente verso la Chiesa, egli commentava: «Non facciamo l’ingenuo e non crediamo che i lupi abbiano mutato la natura pur lasciando il pelo».
L’arcivescovo di Milano, cardinale Tosi,  nel 1926 lo chiamò per salvare le finanze del quotidiano L’Italia, di cui  dal 1945 al 1949 venne nominato direttore dall’arcivescovo cardinale Schuster.
Dal Nord al Sud dell’Italia ecco un altro grande apostolo della Parola di Dio attraverso i mass media, sant’Annibale Maria Di Francia (1851-1927), fondatore dei Rogazionisti e delle Figlie del Divino Zelo, il cui impegno nel campo della stampa fu intenso sin dall’inizio del suo ministero sacerdotale. Per una dozzina d’anni diresse La Parola Cattolica, ma suoi articoli apparvero anche sulla Gazzetta di Messina, La Scintilla, Il Faro, Il Progresso italo-americano, oltre che su L’Osservatore Romano e sul Corriere delle Puglie.
Ma guardiamo che  cosa fu capace di fare questo santo prete: nel 1907 uscì con un “numero unico” del titolo Dio e il prossimo che, dal giugno dell’anno successivo, diventò il suo mensile, raggiungendo la favolosa (per quei tempi) tiratura di 700 mila copie! Il fatto è che egli sapeva informare e provocare nel senso giusto; parlava di fede religiosa, di morale, della Chiesa, di giustizia sociale e di diritti dei poveri.  Le sue denunce influivano sui lettori, creando un’opinione pubblica di cui non si poteva non tener conto. Una conferma clamorosa venne nel 1881, quando dirigeva La Parola Cattolica.  Il Comune aveva ordinato alla forza pubblica di arrestare i poveri sorpresi a mendicare: con una lettera forte – dal titolo “La caccia ai poveri” – padre Annibale attaccò duramente tale decisione del Comune, che fu costretto a rimangiarsela. E chi scriveva era un prete proveniente da una famiglia nobile, che conosceva bene la miseria della gente, frequentando i tuguri del quartiere più degradato di Messina, l’Avignone.
Ci voleva del fegato a scrivere certe cose sulla stampa a quei tempi; ma lui puntava proprio sull’effetto-choc della provocazione, dicendo pane al pane, con la libertà di chi non ha legami con il potere. A suo avviso la stampa aveva il compito di «combattere il male, promuovere il bene, zelare i diritti dell’umanità anche negli esseri più miseri». Il suo servizio ai poveri si concretò poi nella fondazione di due congregazioni religiose più mai attive oggi nel mondo.
La seconda guerra mondiale ha visto l’affermarsi di ideologie perverse di fronte alle quali non mancarono coraggiosi testimoni della fede. Due nomi su tutti: il beato Tito Brandsma, olandese, e il polacco san Massimiliano Kolbe, il primo Carmelitano, il secondo frate Minore Conventuale, entrambi martiri, trucidati in un campo di concentramento nazista.
Tito Brandsma (1881-1942) svolse un intenso apostolato mediante la stampa: fondatore di una rivista mariana, era capo-redattore di un giornale di Oss, in Olanda, dove aveva dato vita ad una biblioteca pubblica cattolica. Nominato nel 1932 rettore magnifico dell’Università Cattolica di Nimega, si oppose con conferenze, articoli e corsi universitari all’ideologia del nazionalsocialismo. Dopo l’occupazione dell’Olanda da parte dei tedeschi, nel 1940, difese le scuole cattoliche rifiutando di allontanarne gli studenti ebrei. Inoltre, come assistente ecclesiastico dei giornalisti, fece respingere dai giornali cattolici ogni propaganda per le organizzazioni naziste, vietate dai vescovi olandesi. Questo deciso “no” lo ribadì nel dicembre 1941, con una lettera ai direttori e redattori-capo dei giornali, andando poi personalmente a spiegarla. Firmò così la sua condanna a morte: il 19 gennaio 1942 fu arrestato dalla Gestapo e, durante gli interrogatori, difese con coraggio l’atteggiamento della Chiesa di fronte al nazismo, non solo a parole ma anche per iscritto. Dopo alcune soste nei lager di Amersfoort e di Scheveningen, arrivò a Dachau dove, esaurito dalla fame e dalle malattie, fu ucciso con una iniezione di acido fenico e poi cremato il 26 luglio di quello stesso anno.
Massimiliano Kolbe (1894-1941), fattosi frate francescano, mentre si trovava a Roma per completare gli studi presso il Collegio Internazionale dell’Ordine, nel 1917 aveva dato vita ad una associazione denominata Milizia di Maria Immacolata per la conversione dei peccatori, specialmente dei massoni, e la santificazione dei soci. Più tardi, tornato in Polonia, fondò la rivista Il Cavaliere dell’Immacolata, che già al sesto numero aveva raggiunto le 50 mila copie. Nel 1927, avendo ottenuto in dono dal principe Drucki-Lubecki un terreno a Szymanów, ad una quarantina di km da Varsavia, vi fece sorgere una quindicina di padiglioni che egli denominò Città dell’Immacolata (in polacco Niepokalanów)  che in breve diventò sede della redazione, della stampa e della diffusione di sette riviste, la più diffusa delle quali era Il Cavaliere dell’Immacolata, che arrivò alla tiratura di 750 mila copie, e di un quotidiano – Il Piccolo Giornale – con circa 150 mila copie. Contemporaneamente, Niepokalanów diventò la comunità dei Conventuali più numerosa del mondo: nel 1939 contava infatti 13 sacerdoti, 18 chierici, 527 fratelli laici e 204 aspiranti alla vita francescana.
Dopo aver fondato una seconda Città dell’Imnmacolata in Giappone, a Nagasaki, padre Kolbe tornò come superiore a Niepokalanów, dove Il Cavaliere raggiunse la fantastica tiratura di quasi un milione di copie, mentre Il Piccolo Giornale diventò il faro spirituale della Polonia. Ogni anno arrivavano in redazione oltre mezzo milione di lettere alle quali un apposito ufficio provvedeva a rispondere.
Nel settembre 1939, con lo scoppio della guerra, la comunità di Niepokalanów si disperse: padre Kolbe fu arrestato, scarcerato dopo tre mesi, poi nuovamente catturato dalla Gestapo, a cui ovviamente lo straordinario successo della stampa cattolica suonava come un’aperta sfida. Il 28 maggio 1941 fu trasferito nel lager di Oswiecim (Auschwitz), nella Polonia meridionale, e sottoposto ad ogni sorta di maltrattamenti. Infine, il tragico epilogo: poiché uno dei detenuti addetti a lavori agricoli era fuggito dal blocco 14 – quello del santo – dieci suoi compagni furono condannati a morire di fame in un bunker. Tra i prescelti c’era un padre di famiglia, Francesco Gajowniczeck, che non riuscì a soffocare un  grido di dolore al pensiero della moglie e dei figli che non avrebbe più rivisto. Padre Kolbe ottenne di prendere il suo posto e fu rinchiuso nel bunker della morte: assistette tutti i compagni  recitando con loro ogni giorno il rosario e altre preghiere. Fu ucciso con una iniezione di acido fenico il 14 agosto. Il giorno dopo, festa dell’Assunta, fu portato al forno crematorio.
Per concludere, non può mancare una parola sul beato Giacomo Alberione (1884-1971), fondatore della Società San Paolo e di quattro congregazioni femminili (Figlie di San Paolo, Pie Discepole del Divin Maestro, Suore di Gesù Buon Pastore o Pastorelle e Istituto Regina degli Apostoli o suore Apostoline), oltre a quattro istituti di vita secolare consacrata (Gesù Sacerdote, San Gabriele Arcangelo, Maria SS. Annunziata e Santa Famiglia) e del movimento laicale dei Cooperatori Paolini.  Per molti italiani il suo nome è soprattutto legato alla fondazione del settimanale Famiglia Cristiana.
Nella notte a cavallo fra il secolo XIX (31 dicembre 1900) e il XX (1° gennaio 1901), il chierico Alberione durante l’adorazione notturna nel duomo di Alba ebbe quella che lui chiamava «una luce particolare», cioè sentì la necessità di fare qualcosa «per il Signore e gli uomini del nuovo secolo», predicando il Vangelo «agli uomini di oggi con i mezzi di oggi». Ordinato sacerdote nel 1907, dopo la laurea in teologia e un breve periodo trascorso come viceparroco a Narzole, fu nominato direttore spirituale del seminario diocesano di Alba, svolgendo tale compito fino al 1920, quando ottenne dal vescovo il permesso di dedicarsi completamente all’opera che aveva iniziato nel 1914 per l’apostolato della buona stampa.
L’idea fondamentale sui cui si reggeva la sua opera era l’equivalenza tra la predicazione orale e la predicazione tramite la stampa o, come si sarebbe detto più tardi, tramite quei “moderni pulpiti” che sono i mezzi della comunicazione sociale. Chi scrive ebbe la fortuna di conoscerlo il 29 giugno 1969, due giorni prima di iniziare a lavorare presso la redazione romana di Famiglia Cristiana. Paolo VI aveva conferito all’Alberione l’onorificenza “Pro Ecclesia et Pontifice” . Poco dopo il beato mi avvicinò e mi disse, dopo che un sacerdote paolino mi aveva presentato: «Dica sempre con coraggio la verità, tutta la verità. E non usi il linguaggio dei monsignori, ma quello del cronista» (allora prestavo servizio presso la Radio Vaticana, per questo mi mise in guardia contro l’”ecclesialese”).
Il Papa, che nutriva per lui grande stima, avendo appreso il 26 novembre 1971 che ne era imminente la fine, verso le 17 raggiunse con una vettura scoperta via Alessandro Severo, Casa Generalizia dei Paolini, entrò nella stanza del moribondo che ormai non era più cosciente, si tolse il mantello rosso e si raccolse in preghiera invitando i  presenti ad unirsi a lui; poi si inginocchiò accanto al letto e, dopo aver recitato il Pater noster e l’Ave Maria, ripeté l’assoluzione sacramentale; prima di congedarsi, sulla pagina di un registro aperto scrisse: «In nomine Domini, Paulus PP. VI, 26 novembre 11971». Un’ora dopo, il cuore di don Alberione cessava di battere.

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