Nella vita dei santi si manifesta quella che un grande mistico come san Giovanni della Croce ha chiamato “notte oscura”, cioè un’esperienza spirituale difficile e angosciante, in cui si alternano smarrimento, aridità, impotenza, dolore e disperazione; una notte dello spirito e dei sensi attraverso cui l’inferno o il purgatorio dell’anima sono un passaggio obbligato verso il paradiso dell’illuminazione spirituale e della perfetta unione d’amore con Dio.
La grande Teresa d’Avila, nel pieno della sua attività di riforma del Carmelo, la sperimentò: «Allora», racconta nella Vita, l’autobiografia da lei intitolata “Delle misericordie di Dio”, «mi dimenticavo le grazie ricevute delle quali mi rimaneva soltanto un ricordo come di un sogno lontano che accresceva la mia pena. L’intelligenza si offuscava ed io mi trovato avvolta in mille dubbi e ansietà. Mi pareva di non saper ben capire ciò che accadeva in me, dubitavo che non si trattasse d’altro che di immaginazioni mie. E allora pensavo: perché trarre in inganno anche gli altri? Non era forse sufficiente che fossi ingannata io sola? E intanto diventavo così pessima ai miei occhi da credere che tutti i mali e le eresie che desolavano il mondo fossero un effetto dei miei peccati».
A volte sperimentava le tentazioni più strane nei momenti in cui la tensione spirituale sarebbe dovuta essere più intensa: un giorno, antivigilia della solennità del Corpus Domini, la sua mente si riempì di pensieri frivoli, rimanendo come inceppata, non più padrona di sé: «Mi pareva», confesserà, «che i demoni giocassero alla palla con l’anima mia, senza che potessi sottrarmi alle loro mani».
La stessa cosa capitava all’altra grande carmelitana, Teresa del Bambino Gesù, che ne parla diffusamente nella sua Storia di un’anima: «Nei giorni felici del tempo pasquale», scrive, «Gesù mi fece sentire che esistono veramente delle anime che non hanno la fede, che per abuso delle grazie perdono questo dono prezioso, questa sorgente delle gioie pure e vere. Egli permise che la mia anima fosse invasa dalle tenebre più fitte, e che il pensiero del Cielo, così dolce per me, diventasse un argomento di lotta e di tormento… Questa prova non doveva durare solo qualche giorno o qualche settimana, bensì era destinata a durare fino al momento deciso da Dio e… questo momento non è ancora arrivato… Vorrei poter esprimere ciò che sento ma, ahimè, penso che sia impossibile. Bisogna aver viaggiato in questa cupa galleria per capirne l’oscurità. […] Quando voglio far riposare il mio cuore, affaticato dalle tenebre che lo circondano, il mio tormento diventa più grande per il ricordo del paese luminoso al quale aspiro; ho l’impressione che le tenebre, assumendo la voce dei peccatori, si prendano gioco i me dicendomi: “Tu sogni la luce, una patria avvolta nei più soavi profumi; tu sogni il possesso eterno del Creatore di tutte queste meraviglie; tu credi che un giorno ti libererai dalle nebbie che ti circondano! Avanti, avanti, rallegrati della morte, che ti darà non ciò che speri, ma una notte ancor più profonda, la notte del nulla”». Era il 5 aprile 1896, giorno di Pasqua: la prova sarebbe durata altri 18 mesi, fino alla morte della santa.
Drammatica fu l’esperienza di un’altra mistica di straordinario spessore, santa Maria Maddalena de’ Pazzi: anche lei dovette affrontare cinque durissimi anni di prova, raccontati nel libro della Probazione, durante i quali le toccò lottare contro il demonio e affrontare tentazioni di ogni genere – contro la purezza e l’umiltà, tentazioni di gola e di disperazione – sperimentando la completa aridità spirituale. Ad un certo punto fu assalita dal dubbio di avere sbagliato tutto scegliendo la vita claustrale e le venne insinuato di gettare l’abito e di tornarsene a casa.
Al culmine di queste prove, si trovò in preda alla disperazione: arrivò a credere di non salvarsi, si sentiva dannata e un giorno fu trovata persino con una corda al collo perché voleva suicidarsi. Poi il Signore le affidò una missione importante, quella di contribuire – attraverso la comunicazione di speciali rivelazioni mistiche – alla “rinnovazione” di quei settori della Chiesa in cui dilagavano la corruzione, la tiepidezza, la mancanza di unità.
Una componente tremenda di questa “notte oscura” è costituita dalle continue vessazioni diaboliche; sono numerosissime le testimonianze al riguardo nella storia di molti santi: Francesca Romana, ad esempio, subì per anni, praticamente fino alla morte, gli assalti del demonio che furono ampiamente documentati nei processi di canonizzazione. Raimondo da Capua ci ha raccontato che più di una volta santa Caterina da Siena fu buttata nel fuoco in presenza di quelli che istruiva e, rialzatasi da sola, diceva sorridendo: «Non temete, è la brutta bestia».
Non altrimenti, in tempi più vicini a noi, ecco santa Gemma Galgani, che un giorno viene trovata con i capelli strappati, il volto tumefatto e le ossa lussate, dopo che il suo confessore aveva visto un enorme gatto nero dall’aspetto terrificante coricato su di lei e volatilizzatosi non appena asperso con acqua benedetta.
Tra i contemporanei non possiamo non citare il francese san Giovanni Maria Vianney (il curato d’Ars) e san Pio da Pietrelcina. Il povero curato all’inizio del suo ministero dovette subire critiche, denunce, ironie dei suoi stessi confratelli che alimentarono in lui un crescente senso di profonda indegnità: la fase più tragica della sua “notte oscura” raggiunse momenti di autentico parossismo anche per ripetuti interventi demoniaci.
Nel giugno 1912 padre Pio scriveva al suo confessore che il diavolo si era accanito una intera notte su di lui, «battendomi quasi a morte», precisava: «Chissà quante volte mi ha gettato dal letto per trascinarmi nella camera?». E un’altra mattina, rialzandosi tutto insanguinato, scriveva: «Quando questo bruto se ne andò, il freddo mi invase dalla testa ai piedi. Tremavo come una canna esposta a un vento impetuoso. Durò circa due ore. Dalla mia bocca usciva sangue. Dal giovedì sera al sabato per me è una tragedia dolorosa…».
Il 4 giugno 1918 il santo raccontava, sempre al suo confessore: «Le lacrime sono il mio pane quotidiano. […] La paura e il brivido mi hanno assalito e le tenebre mi hanno ricoperto da ogni parte. Sono steso sul letto dei miei dolori, pieno di affanni cerco il mio Dio. Ma dove trovarlo? Oh, Dio mio, mi sono smarrito e ti ho perduto. Mi hai condannato a vivere per sempre lontano dal tuo volto? Mi assopisco e cado in deliquio. A volte i più forti tormenti agitano il mio spirito in cerca della sua identità. Diventa irrequieto, poi cede, cercando invano di ritrovare il tesoro perduto».
E il 27 luglio dello stesso anno: «Il mio spirito è smarrito, abbandonato, depresso. Questo è il martirio più raffinato che la mia fragilità fosse in grado di sopportare. Ho perduto ogni traccia del Bene sovrano. Sono abbandonato, solo nella mia nullità e nella mia miseria, senza alcuna conoscenza della Bontà suprema, eccetto un desiderio, veramente sterile, di amarlo. In mezzo a questo abbandono totale, mi vedo costretto a vivere, quando a ogni istante sarebbe desiderabile morirne».
Sono momenti tremendi, che però i santi hanno saputo superare grazie al loro amore e alla loro fede che non cedevano. San Giovanni della Croce sottolinea, nella Salita al Carmelo, il ruolo di purificazione della sofferenza liberamente accettata e perfino desiderata: «Cercare preferibilmente non il più facile, ma il più difficile, non ciò che consola, ma ciò che affligge». Così l’anima ritrova la pace: accadeva, ad esempio, a Santa  Teresa d’Avila, dopo la Comunione. A volte il Signore le appariva dicendole: «Non ti affliggere, non aver paura!» e lei commentava: «Sembra allora che l’anima esca dal crogiuolo, come l’oro, più raffinata e con l’occhio più atto a contemplare Iddio che dimora nel suo interno. Quei travagli che prima parevano insopportabili, le divengono cose da nulla, e desidera, così piacendo al Signore, di tornare a soffrirli».
A sua volta Teresa di Lisieux confessava: «Ad ogni nuova occasione di lotta, quando il mio nemico viene a provocarmi, io mi comporto coraggiosamente: sapendo che è vile combattere in duello, giro le spalle al mio avversario senza degnarlo di uno sguardo, e corro dal mio Gesù, gli dico che sono pronta a versare fino all’ultima goccia del mio sangue per testimoniare che esiste un paradiso. Gli dico che sono felice di non godere di questo paradiso in terra, perché Lui lo apra per l’eternità ai poveri increduli. Così, malgrado questa prova che mi toglie ogni gioia, posso ugualmente esclamare: “Signore, tu mi colmi di gioia per tutto quello che fai” (salmo 191). Esiste una gioia più grande di quella di soffrire per il tuo amore?».
Sulla medesima lunghezza d’onda il Curato d’Ars: quando la sofferenza toccava il massimo, si abbandonava  maggiormente fra le mani di Dio, gettandosi davanti al tabernacolo «come un cagnolino vicino al padrone». A volte, l’ossessione lo perseguitava fino all’altare: «Dopo la consacrazione», affermava, «quando tengo nelle mani il santissimo Corpo di Nostro Signore, e quando sono nelle ore di scoraggiamento, non vedendomi degno che dell’inferno, io dico: “Ah! Se almeno potessi portarlo con me! L’inferno sarebbe dolce vicino a lui. Non mi costerebbe punto rimanervi tutta l’eternità a soffrire, se fossimo insieme!”. Ma allora non sarebbe più inferno, le fiamme dell’amore estinguerebbero quelle della giustizia».
Il cappuccino di Pietrelcina non ragionava diversamente: «Niente desidero», scriveva durante una delle tante prove spirituali e fisiche che dovette superare nell’arco della sua lunga esistenza, «fuorché amare e soffrire. […] Sono contento anche in mezzo a queste afflizioni, poiché grandi ancora sono le dolcezze che il nostro buon Gesù mi dà a gustare quasi tutti i giorni. […] Soffro, è vero, e soffro assai, ma sono lietissimo perché anche in mezzo al soffrire non cessa il Signore di farmi sentire una gioia inesprimibile».
Ed ecco infine la testimonianza di una mistica contemporanea: la francese Marta Robin, stigmatizzata come padre Pio, anch’essa tormentata dal demonio in maniera orribile: flagellata, battuta, bruciata, coperta di piaghe; a volte le rubava i vestiti, la toglieva dal letto e la portava fuori, la gettava nuda sul ghiaccio, e ciò in presenza di testimoni che sentivano i colpi, vedevano le piaghe e assistevano ai rapimenti. Ma ecco la sua reazione: «La sofferenza», affermava, «non è solo una prova , è prima di tutto e soprattutto un grande gesto d’amore, un rinnovamento della vita interiore, un incoraggiamento per l’azione, perché raggiunge e fa scattare le nostre più intime risorse e ci ricorda il fine al quale dobbiamo tendere. […] La sofferenza è il nuovo, lo sconosciuto, il divino, l’infinito che penetra la vita come una spada rivelatrice, svelandoci i desideri divini di Cristo in ciascuno di noi. Gesù ci insegna a guardare più in alto, più lontano, soprattutto con più amore, ciò che il linguaggio umano chiama dolore e sofferenza, ma che in realtà è solo la condizione suprema di un’eternità di felicità e d’amore nel cielo. […] Non saprei vivere altrimenti che nell’amore, nelle pene, nelle immolazioni di Gesù, per essere espiatrice, redentrice e conquistatrice con Gesù, come Gesù».
Si potrebbe continuare con altri nomi del passato e del presente, ma la sostanza non cambia: la “notte oscura” può diventare la strada per dimostrare a Dio il nostro amore, accettando le prove che egli ci manda, spogliandoci della nostra volontà per identificarci nella volontà divina: «Il cuore dell’uomo», sono parole della Robin, «si misura dall’accoglienza fatta alla sofferenza, perché questa è in lui l’impronta di Uno diverso da lui».

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