Si parla di colbertismo di questi tempi in Italia, con riferimento alla politica economica di Jean-Baptiste Colbert, il grande ministro di Luigi XIV, il Re Sole. Stavolta, invece, all’attenzione dei media è una sua pronipote, la Serva di Dio Juliette Colbert, una delle più grandi donne dell’Ottocento, di cui è stata pubblicata recentemente, a cura della Libreria Editrice Vaticana, una corposa, documentata  biografia, introdotta da un’ampia prefazione del cardinale Paul Poupard, conterraneo della protagonista, che riserva al lettore numerose sorprese.
Siamo davanti a una donna che, secondo i canoni più accreditati della cultura corrente, aveva tutte le qualità per godersi la vita e affermarsi con successo nella società: era bella, dotatissima intellettualmente (parlava diverse lingue, suonava il clavicembalo, possedeva un sicuro talento pittorico e di scrittrice), aveva amicizie importanti, e per di più aveva sposato l’unico erede di quella che era considerata la famiglia più ricca del Piemonte: Carlo Tancredi Falletti marchese di Barolo, personaggio di spicco anche a livello politico (sarebbe stato Decurione e poi Sindaco di Torino).
Ma Juliette (ecco la novità) era anche una fervente cristiana, che aveva attinto la fede in famiglia insieme a concrete lezioni di carità: il padre, Edouard Colbert, ministro plenipotenziario del re presso l’Elettore di Colonia, trattava i suoi contadini con umanità, si preoccupava che i loro ragazzi potessero crescere culturalmente, mandando i migliori a sue spese a studiare a Parigi per avviarli alle arti liberali. Ogni anno, poi, distribuiva la somma di 200 franchi (circa mille euro di oggi, una specie di borsa di studio) ai genitori che si impegnavano a dare un’educazione adeguata ai figli.
Da uomo aperto, che sapeva interpretare i segni dei tempi, nel 1788, durante l’assemblea che la nobiltà tenne ad Angers poco prima che scoppiasse la rivoluzione, egli fu tra i pochi a battersi energicamente per l’abolizione dei privilegi feudali. Purtroppo non fu ascoltato. Dopo la presa della Bastiglia in Francia cominciò l’esodo dei nobili per sfuggire alla ghigliottina. I Colbert lasciarono il castello di Maulévrier, in Vandea, dove Juliette era nata il 26 giugno 1786, riparando all’estero. Alcuni suoi parenti furono giustiziati, e tra questi la nonna, che pure a detta di diversi giurati aveva fatto solo del bene: ma era una nobile e questo bastò per deciderne l’eliminazione. Al museo Carnavalet di Parigi un quadro del Müller dal titolo “Le dernier appel” raffigura un gruppo di condannati nel carcere della Conciergerie in attesa dell’esecuzione: tra questi la nonna di Juliette che, seduta, recita tranquillamente il rosario. Sappiamo che è lei perché una riproduzione a stampa dello stesso quadro rappresenta le sole teste con sotto i nomi dei condannati, tra i quali c’era anche il poeta André Chénier. La sentenza fu eseguita il 26 luglio 1794.
Un’infanzia drammatica, dunque, quella della Serva di Dio. Tuttavia, sebbene in esilio in Olanda e poi in Germania, il padre si preoccupò di dare a lei e al fratellino Charles-Antoine un’educazione adeguata. Oltre alla sua lingua, la piccola impara il tedesco, l’inglese, il latino e più tardi anche l’italiano. L’arco dei suoi studi comprende filosofia, storia, matematica e fisica: un bagaglio non indifferente per una donna che scopre di essere anche molto brava nel disegno (a Torino, nel palazzo Barolo, si conservano diversi suoi lavori giovanili e alcuni autoritratti).
Sappiamo che cosa accadde in Vandea in quel tempo: i cattolici furono massacrati dalle colonne rivoluzionarie; dopo la fucilazione del generale Larochejaquelein, sarà il guardiacaccia dei Colbert di Maulévrier, Jean Nicolas Stofflet, a portare avanti la resistenza, finendo a sua volta ucciso.
Con l’avvento di Napoleone Primo Console, la situazione cambia: la famiglia di Juliette torna a Maulévrier, il castello semidistrutto viene ricostruito e lei si trova a corte come damigella dell’imperatrice. Lì conosce il marchese di Barolo: è amore a prima vista e i due si sposano il 18 agosto 1806. Li uniscono una spiccata sensibilità sociale e una profonda fede. Purtroppo, dal matrimonio non nascono figli e i marchesi, interpretando questo come un disegno divino, dopo la caduta di Napoleone si stabiliranno a Torino dedicandosi ai poveri della città.
Nella capitale piemontese Juliette entra in cordiale amicizia con re Carlo Alberto, la regina Maria Teresa, la moglie di Vittorio Emanuele II, Maria Adelaide, e Maria Cristina di Savoia, nonché con la famiglia dei Cavour. Il piccolo Camillo (che aveva 24 anni meno della marchesa) dimostrava per lei un attaccamento speciale e passava intere giornate in sua compagnia. Le diverse concezioni politiche non cancelleranno mai nello statista il ricordo di quel periodo felice della sua vita.
A palazzo Barolo sono spesso ospiti anche Cesare Balbo, i Santarosa, e più tardi Silvio Pellico, che sarà assunto dai marchesi come bibliotecario-segretario ricoprendo l’incarico per oltre vent’anni (morirà in casa Barolo nel 1854). Anche in patria la Serva di Dio manteneva legami importanti: col vescovo di Orléans mons. Dupanloup, ad esempio, col poeta Alphonse de Lamartine e con Armand De Melun, che con Ozanam era uno degli animatori del cattolicesimo sociale in Francia.
All’occhio attento di Giulia non sfuggivano certo le drammatiche condizioni della Torino di allora, in preda alla nascente industrializzazione; così, in pieno accordo col marito, si dedica totalmente ad alleviare ogni genere di povertà, all’insegna del motto “Carità-sempre-subito”. L’atrio di palazzo Barolo ogni giorno vedeva arrivare disoccupati, bisognosi, malati, che ricevevano un aiuto economico, un pasto, degli abiti, dei medicinali. La bella miliardaria non esitava a chinarsi su quei poveracci per pulirne e medicarne le piaghe, dicendo loro parole di conforto e di speranza.
Si lasciava provocare dalle circostanze più diverse per fare del bene. Un giorno, mentre con un’amica sta pregando in chiesa, sente dei vagiti uscire da un confessionale e vi scopre due neonati abbandonati: «Questo è per me», dice all’amica, «e quest’altro per te». Il bimbo educato in casa Barolo diventerà il gesuita padre De Gioanni. E non sarà questo l’unico caso di adozione.
Altra provocazione era l’analfabetismo di massa. Nel rione di Borgo Dora, uno dei più degradati della città, la Marchesa apre la prima scuola elementare gratuita per bambine povere; ne fonderà altre all’interno dei vasti possedimenti dei Barolo: a Moncalieri, Altessano, Villarboit, Orio e Viù.
La domenica in albis del 1814, ecco la svolta che segnerà per sempre la sua vita: mentre passa un sacerdote che porta il viatico ad un infermo, dalle finestre del vicino carcere del Senato un detenuto urla: «Non il Viatico vorrei, ma la zuppa!». L’episodio spinge la Marchesa a intervenire e, dopo una rapida visita nella prigione, ne scopre l’estremo degrado. Ne darà un resoconto drammatico lei stessa in un libro di memorie. Con uno stratagemma, vincendo l’opposizione del marito e dei famigliari preoccupati per la sua salute, riesce a entrare nella prigione delle donne e a guadagnarsi col tempo la fiducia delle detenute, inviando nello stesso tempo un rapporto durissimo al governo e studiando un concreto progetto di riforma per migliorare le condizioni di vita delle detenute e per far riconoscere i loro diritti. Vi si prevedeva, tra l’altro, un programma di alfabetizzazione,  la possibilità di un lavoro con la clausola di depositare parte del guadagno da consegnare alle detenute all’uscita di prigione, una migliore alimentazione e una più adeguata dotazione di biancheria.
In breve tempo il carcere cambia aspetto e il governo decide di trasferire le donne in un nuovo carcere, detto delle “Forzate”, di cui la Marchesa nel 1821 è nominata Sovrintendente dal re Carlo Alberto. E qui accade qualcosa di assolutamente nuovo: Giulia pensa a stilare un regolamento interno, i cui articoli vengono discussi e redatti con le prigioniere riunite in assemblea (una forma ante litteram di democrazia diretta!) le quali si impegnano a osservarlo e a farlo osservare.
Usando il catechismo (allora testo obbligatorio nelle scuole) per imparare a leggere, le detenute perfezionano le loro cognizioni dottrinali e la Barolo, senza costringerle, lasciando facoltativa la partecipazione alle preghiere e alla messa, le guida alla meditazione della parola di Dio attraverso le letture liturgiche del giorno, che lei traduce per loro in italiano (in questo precorrendo il Vaticano II). Per educare alla fede e alla carità, la Serva di Dio adotta un metodo che allora poteva dirsi avveniristico poiché, partendo dall’uso del catechismo diocesano, avvia le carcerate all’uso personale della Bibbia (una sfida non da poco per quei tempi): la conoscenza della parola di Dio diventa così con lei un vero strumento pedagogico che produce ottimi frutti.
Il suo progetto rieducativo si basava su un convinzione: «Non basta castigare chi ha fatto il male», sono sue parole, «levandogli la possibilità di nuocere altrui. Bisogna apprendergli a fare il bene». E  concludendo le sue Memorie sulle carceri dirà: «Ah, che l’orrore per la colpa non ci faccia trattare mai con disprezzo il colpevole! Finché gli resta un istante da potersi pentire, il suo destino può essere così bello». Giulia comincia dall’ascolto rispettoso e amichevole delle detenute: «È battendo questa via», scriverà sempre nelle Memorie, «che mi guadagnai la loro confidenza. Ora so dire come ho fatto, ma allora non sapevo come dovessi fare. Mi fu maestro il cuore: piansi, soffrii con loro».  Più tardi con il consenso del governo, apre il cosiddetto “Rifugio”, una casa di accoglienza per ex detenute in attesa di essere reinserite dignitosamente nella società; un’altra ala dell’edificio è riservata alle ragazze a rischio, a scopo preventivo, perché non cadano preda di sfruttatori. Le ospiti potevano lasciare il Rifugio quando avessero ritrovato sicurezza sufficiente ad affrontare onestamente la vita, fossero adeguatamente istruite e in grado di mantenersi lavorando.
Ed ecco il frutto più bello del sistema rieducativo della Barolo: un giorno alcune giovani ospiti  del Rifugio manifestano il desiderio di espiare il proprio passato consacrandosi al Signore. Poiché difficilmente quelle donne sarebbero state accolte in una congregazione, lei fonda il monastero per quelle che chiama “Sorelle Penitenti di Santa Maria Maddalena” (oggi Figlie di Gesù Buon Pastore), da lei considerate le “figlie del suo cuore”, scrivendo alle quali si firma “Madre peccatrice”, segno dell’umiltà e dell’amore che annullano ogni differenza. Caso unico forse nella storia della Chiesa, la Fondatrice non si fa suora, continuando da secolare la sua missione di carità. Il 14 settembre 1833, festa della Esaltazione della Santa Croce, le prime quattro postulanti entrano in clausura portando con sé l’Imitazione di Cristo, da seguire inizialmente come regola. Accanto alla casa delle suore la Marchesa ne farà costruire poi un’altra per ospitare ragazze in difficoltà, tolte a famiglie e ambienti degradati, per dar loro una formazione umana e cristiana in clima di affettuosa comprensione: le cosiddette “Maddalenine”.
Torino è in emergenza nel 1835 a causa di una tremenda epidemia di colera , ed ecco ciò che scrive il Pellico al riguardo: «Non passò giorno che ella (la Marchesa Giulia) non vedesse persone assalite dal morbo, tanto nelle loro case quanto nell’ospedale dove erano trasferite. Niun ribrezzo del loro alito, delle loro convulsioni, delle lor morti. Confortava i miseri, suggeriva pensieri santi, riconciliava con Dio, addolciva il lor morire, accertandoli che aiuterebbe le povere loro vedove e i figli superstiti; e ben sappiamo che le sue promesse erano fedeli». E nel 1854, poiché il medico in occasione di una nuova epidemia le proibisce di avvicinarsi al letto delle colerose, dice: «In questo  caso io amo meglio mancare all’obbedienza che mancare alla carità».
Ancora: poiché molte mamme lavoratrici non potevano accudire i propri bambini durante il giorno, Tancredi e Giulia aprono nel loro palazzo la prima “Sala d’asilo”, antesignana delle attuali scuole materne e diversi anni prima di Ferrante Aporti, con un regolamento d’avanguardia che fa del Marchese un pioniere in questo campo. Per gli asili poi saranno fondate, per iniziativa del marito e la successiva collaborazione di Giulia, le Suore di Sant’Anna che si specializzeranno nell’educazione giovanile. Nel 1847, la Serva di Dio vi annetterà l’opera delle “Giuliette”, orfane ospitate fino all’età di 24 anni che, al momento di uscire, ricevono in dote la somma di lire 500.
Recentemente abbiamo poi appreso, dal Giornale di Pediatria, che per iniziativa di Giulia sorse a Torino il primo centro italiano per la cura delle bambine disabili, quell’Ospedaletto di Santa Filomena dove, un anno prima che entrasse in funzione, don Bosco che era stato assunto come direttore spirituale del “Rifugio”, avrebbe dato inizio all’oratorio salesiano.
Altra iniziativa profetica è quella delle “Famiglie di Operaie”, configurate come le attuali case-famiglia: gruppi di dodici-quindici ragazze tra i 14 e i 18 anni erano ospitate, sotto la guida di una mamma laica (vengono in mente le “mamme di vocazione” di don Zeno a Nomadelfia) per sei anni durante i quali imparavano un lavoro e formavano la loro personalità secondo un preciso progetto educativo.
Non mancheranno, soprattutto dopo la prematura morte del marito (1838) difficoltà e durissime prove, che però non le impediranno di continuare con coraggio nelle opere intraprese. Nel 1848 il governo anticlericale e la lobby massonica l’allontaneranno dalle carceri che aveva riformato, montando contro di lei una ignobile campagna di calunnie e di minacce. A chi le consiglia di fuggire da Torino, risponde: «Devo restare con le mie cinquecento figlie adottive e far loro da madre fino alla fine. Mi si vorrà troncare il capo? Ebbene, anche questa è una via per salire al cielo. Il Signore non mi abbandonerà certamente».
Sarà ancora il pregiudizio laicista, nel 1864 dopo la morte avvenuta il 19 gennaio, a impedirne la tumulazione nella chiesa di santa Giulia, che era stata finanziata da lei: le sue spoglie vi giungeranno soltanto nel 1899, con una partecipazione popolare così straripante da costringere la polizia a intervenire per regolarla: era l’omaggio della gente di Torino alla “Madre dei poveri”, sulla cui tomba quotidianamente i fedeli anche oggi pregano, sempre più numerosi, ricorrendo alla sua intercessione, sperando di poterla venerare presto sugli altari.
Ha scritto il cardinale Poupard concludendo la sua prefazione: «Mi congedo da queste pagine, tante ma non troppe e piacevoli da leggere, con un po’ di nostalgia per un incontro con questa grande figura di donna veramente moderna per tanti suoi aspetti e, contemporaneamente, dotata di grande spiritualità, di una fede autentica e profonda, senza cedimenti da collotorto al devozionismo. Il suo equilibrio interiore, l’armonia, la serenità e la capacità di illuminare con la fede la vita, la cultura e l’impegno sociale, ne fanno un fulgido esempio di santità laicale e moderna, vera pedagoga di santità per tutti noi».

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