La complessa e variegata tipologia dei santi ci consente di focalizzarci di volta in volta su singoli personaggi che si sono caratterizzati per un proprio originale contributo, non soltanto di vita, ma anche di idee, per il bene della Chiesa. Qui vogliamo accennare ad alcuni grandi maestri dello spirito ai quali si fa riferimento come guide e modelli per la propria crescita nella fede.
L’elenco sarebbe lungo (basterebbe pensare ai fondatori e alle fondatrici di famiglie religiose, portatori di specifici carismi), ma ci limitiamo ad alcuni nomi che costituiscono pietre miliari nella storia del Cristianesimo. Cominciamo da Agostino di Ippona, grande filosofo, teologo e mistico, che ha esercitato sulla pietà cristiana occidentale un influsso che trova riscontro in pochissimi altri. Suo impegno prioritario fu quello di dimostrare che la carità è il centro vitale del Cristianesimo: in essa egli vede il fine della teologia e il contenuto della morale, della pedagogia, della catechesi e della vita cristiana. È nota la sua frase «Dilige, et quod vis fac» (ama e fa’ ciò che vuoi). La carità è l’unica virtù per cui, possedendola, non si può essere malvagi.
Per sviluppare la carità nell’anima, Agostino insiste particolarmente su tre aspetti: innanzitutto l’interiorità, cioè il rientro nel mondo dello spirito «dove è presente Dio», che induce l’uomo a conoscere se stesso e Dio e a scoprire quella corrente di amore che lo porta verso il suo Creatore spingendolo a riversare sul prossimo questo amore.
Secondo aspetto è quello della purificazione: per vincere i vizi che ostacolano l’esercizio della carità servono la mortificazione, che ci consente di staccarci dalle cose esteriori, il raccoglimento che ci mantiene presenti a noi stessi e a Dio, e l’umiltà che ci fa sentire creature di fronte al Creatore.
Infine, la preghiera, cioè un parlare a Dio che si fa con il cuore, non con le labbra, e che ci è necessario per osservare la legge divina, per vincere le tentazioni, per perseverare fino alla fine.
Premio «altissimo e segretissimo» delle fatiche della purificazione è la contemplazione, che il santo però coniuga con l’azione nell’ideale monastico che si ispira alla prima comunità cristiana. Nell’ultimo capitolo della Regola troviamo una sintesi di questo ideale e della dottrina spirituale di Agostino, che dice: «Vi conceda il Signore di osservare tutte le cose prescritte con amore,come invaghiti della spirituale bellezza e spiranti alla vostra buona condotta il buon odore di Gesù Cristo, non come servi sotto la legge, ma come liberi sotto la grazia».
Il nome di un altro grande maestro dello spirito ci è sconosciuto, ma ci resta un suo libro che, dopo il Vangelo, è certamente il più letto e meditato nei monasteri, nella vita religiosa e sacerdotale, e considerato un manuale di formazione cristiana per tante generazioni di laici in tutto il mondo: l’Imitazione di Cristo. Si discute se l’autore sia Giovanni Gersen, abate del monastero di Santo Stefano a Vercelli agli inizi del secolo XIII, oppure Tommaso da Kempis (o da Kempen) del XV secolo, ma quest’ultimo pare essere soltanto un amanuense che lo ricopiò.
In ogni caso, l’anonimato non ha nuociuto ai quattro “libri” in cui è suddiviso questo capolavoro che – come scrive Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose – «ha il grande merito di essere una traccia di ascesi cristiana profonda, spontanea, attentissima al quotidiano dell’uomo, ma soprattutto semplice e per questo veramente traccia “communis” per ogni cristiano che vi può trovare consolazione, pace, serenità in ogni sua situazione… esso resta un testo fondamentale nel segnare per il cristiano il momento del passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo (Col 3,10), dall’uomo esteriore destinato al disfacimento all’uomo interiore che si rinnova di giorno in giorno (2Cor 4,16) e nell’additargli la patria che è nei cieli e non sulla terra (Fil 3,10), la ricerca delle cose di lassù e non quelle di quaggiù attraverso quella mortificazione della parte dell’uomo che alla terra appartiene (Col 3,2-5)».
Particolarmente accattivanti i libri III e IV, dove cambia il genere letterario e diventa dialogo, tra il discepolo e il Signore, sulla grazia, sul dono dell’amicizia di Cristo e sull’Eucaristia, con accenti che stimolano davvero a cambiare la nostra ottica nei confronti del Sacramento dell’altare.
San Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274) nella teologia mistica ha un posto preminente e unico fra gli scolastici medioevali e i teologi di ogni tempo. Il suo Itinerarium mentis in Deum accompagna l’uomo attraverso le sei scale dell’ascesa a Dio, fino alla contemplazione. Il cammino verso la perfezione e la contemplazione, in sede propriamente ascetico-mistica, si svolge sulle tre direttrici o “vie bonaventuriane”, dette purgativa (fuga dal peccato, esercizio delle virtù, ricordo frequente della Passione di Cristo), illuminativa (imitazione di Cristo e devozione mariana) e unitiva (contemplazione e vita eucaristica), alimentate dalla preghiera e dalla meditazione.
Oltre che di un alto senso pedagogico, di un mirabile spirito di sintesi e di un potente afflato mistico e poetico, i suoi scritti sono ripieni di un calore e una grazia tutta propria e sono esposti in stile limpido e sereno, con abbondanza e vivacità di immagini, formule e simboli, con una sorprendente ricchezza di vocaboli.
Caterina da Siena (1347-1380), definita “teologa dell’amore” e proclamata Dottore della Chiesa con Teresa d’Avila nel 1970 da Paolo VI, occupa un posto importante nel campo della spiritualità. Le sue opere  (l’Epistolario, il Dialogo e le Preghiere) si rileggono con gusto anche per l’originalità delle espressioni (siamo in Toscana, culla della nostra lingua). Le sue lettere iniziano sempre con «Nel nome di Cristo Crocifisso e di Maria dolce» e si chiudono con le parole «Gesù dolce Gesù amore». La sua dottrina si fonda sul dogma trinitario, verità fondamentale da cui ha origine ogni cosa e a cui tutto converge, dal momento che l’uomo è creato a immagine di Dio, ma da lui si allontana col peccato, che trasforma la vita terrena in un mare tempestoso, nel quale naufraga travolto dalle sue passioni e dalle sue colpe; ma la Provvidenza divina non abbandona le sue creature e, per sua misericordia, il Figlio divino si incarna e insegna loro dalla croce la via della salvezza, lavando nel bagno del suo sangue le loro colpe.
L’immagine del sangue salvifico di Cristo pervade l’ascetica cateriniana, il cui segreto è la dottrina della conoscenza di sé e la distinzione essenziale tra creatore e creatura espressa nella formula attribuita all’Eterna Verità: «Io sono Colui che sono, tu sei colei che non è». Dalla conoscenza di sé nasce l’umiltà, nella quale si fonda e si nutre la carità, albero che porta i fiori (gli atti di virtù) e i frutti (la grazia dell’anima che li ha compiuti e l’utilità al prossimo che li riceve). Per essere uniti a Dio nella carità, bisogna rivestirsi della sua volontà, amando ciò che egli ama e odiando la propria perversa volontà. Rifugiandosi in Cristo, si può arrivare all’amore perfetto attraverso la preghiera e la meditazione sull’amore divino, e l’amore perfetto trasforma il cristiano in un altro Cristo.
Se parliamo di Ignazio di Loyola (1491-1556), il pensiero corre subito alla fondazione della Compagnia di Gesù, alla sua indiscussa fedeltà al Papa che spinse Giovanni Papini a definirlo «il più cattolico dei santi», e alla pratica degli Esercizi Spirituali, confermatasi nel tempo come metodo efficacissimo di riforma individuale e di avviamento alla santità. Non a caso Pio XI definì il libretto degli Esercizi «il codice spirituale più sapiente e universale per dirigere le anime nel cammino della salvezza e della perfezione».
In concreto, l’esercitante deve mettersi sotto la guida di un saggio direttore per trenta giorni in silenzio e solitudine. Nella prima settimana si riflette sul fine per cui l’uomo è stato creato e su ciò che – peccato e affetti disordinati – lo può allontanare da tale fine. Nella seconda settimana Cristo viene presentato e studiato come maestro modello, di cui dobbiamo essere discepoli e fedeli imitatori; nella terza settimana, la meditazione sulla Passione del Signore ci rafforza nel seguire Gesù anche nel dolore e nelle avversità; infine, nella quarta settimana si giunge alla vera trasformazione dell’anima in Cristo e a una vita continua di unione con Dio. L’influsso di questa pratica sul mondo cattolico fu enorme e perdura tuttora, sia pure con adattamenti richiesti dalle mutate esigenze dei tempi. San Francesco di Sales non a caso diceva che quest’opera ha operato più conversioni delle lettere che contiene.
Sempre in Spagna, assistiamo nel ‘500 all’esplosione carismatica di due grandi mistici, Teresa d’Avila (1515-1582) e Giovanni della Croce (1542-1591), ai quali è legata la riforma dell’ordine Carmelitano maschile e femminile.
La dottrina contenuta negli scritti di Teresa, capolavori di teologia mistica che fanno della santa una delle maggiori autorità nel campo della spiritualità, è tutta rivolta a illustrare il mistero della vita cristiana: ancora, come in tutti i grandi autori del genere, al centro c’è Cristo il quale trascina l’uomo che si abbandona alla sua grazia fino alla Trinità. La santa insiste particolarmente sul tema dell’orazione, che è il cuore del suo insegnamento, ed è intesa da lei come «dialogo di amicizia con uno di cui conosciamo l’amore»; orazione inoltre che, vissuta nella Chiesa e con la Chiesa, assume una connotazione apostolica, perché spinge l’anima ricolma dell’amore di Dio a comunicarlo ai fratelli.
Questo processo di elevazione spirituale è descritto sia nel Cammino di perfezione, redatto da Teresa per le sue monache, alle quali presenta l’ideale apostolico, ascetico e contemplativo della sua riforma, sia soprattutto nel Castello interiore, il suo capolavoro e una delle opere più grandi della teologia mistica, in cui descrive l’ascesa dell’anima a Dio attraverso sette “mansioni” (dimore) che compongono il Castello, simbolo dell’anima. In questo trattato la santa riassume la sua straordinaria avventura fondata su un dono di sé radicale e definitivo: «Essere davvero spirituali», così si rivolge alle sue monache, «sapete che cosa significa? Farsi schiavi di Dio; costoro sono segnati, col ferro, dal segno della croce, perché hanno alienato la loro libertà».
Il ventaglio delle esperienze soprannaturali o preternaturali che Teresa visse in prima persona è di un’ampiezza straordinaria: locuzioni interiori, estasi, rapimenti, voli di spirito, visioni intellettuali, levitazioni, transverberazioni, fino all’unione suprema del cosiddetto “matrimonio spirituale”. Il tutto trasmessoci con una chiarezza quasi palpabile, limpidissima, senza enfasi retorica né morbosi isterismi. «Anche chi non ha il dono della fede», scriveva Italo Alighiero Chiusano al riguardo, «non può non essere conquistato da questa creatura schietta e fresca, materna e a tratti infantile, fragile e granitica, che attraverso la distanza dei secoli giunge fino a noi e ci tocca il cuore come se la conoscessimo da sempre».
Al nome della santa di Avila è solitamente associato quello di san Giovanni della Croce, a sua volta Dottore della Chiesa. L’idea fondamentale che ispira le sue opere è l’«unione dell’anima con Dio», al conseguimento della quale guida e incita le anime nel modo più deciso, e il cammino che vi conduce è uno solo: Gesù Cristo, la cui vita è il modello da imitare. Nel suo capolavoro, La salita al Monte Carmelo, il santo tratta del modo con cui un’anima potrà disporsi per giungere in breve all’unione con Dio, liberandosi da ogni bene naturale, non lasciandosi ostacolare dei beni dello spirito e rimanendo «nella somma nudità e libertà di spirito richieste dalla divina unione». L’itinerario compiuto per giungere alla divina unione viene chiamato dal santo «notte oscura» perché nelle sue purgazioni o purificazioni, l’anima cammina come di notte, all’oscuro, ma il suo passo è sicuro se illuminato, guidato e compiuto sulle orme di Cristo nell’imitazione della sua vita.
Come esempio di realizzazione compiuta di questo ideale di santità – che si realizza sotto l’azione dello Spirito Santo –  Giovanni presenta la figura della Madonna «la quale, fin da principio elevata a questo sublime stato, non ebbe impressa nell’anima immagine di creatura alcuna, e da questa in nessun momento fu spinta ad operare, ma agì sempre sotto mozione dello Spirito Santo».
Un altro grande maestro di spirito, che ebbe un’influenza enorme sulla spiritualità degli ultimi tre secoli: Francesco di Sales (1567-1622), definito il santo della dolcezza, dell’amabilità, dell’ottimismo, che manifestava trattando con mansuetudine qualsiasi genere di persone con cui entrava in contatto: nobili, poveri o diseredati, amici o avversari. I suoi scritti gli procurarono una grandissima fama: la Introduzione alla vita devota (Filotea) ebbe, ancora vivente l’autore, quaranta ristampe nella sola Francia e nel 1656 era già stata tradotta in diciassette lingue. Altro suo capolavoro è il Trattato dell’amor di Dio (Teotimo), frutto di lunghe meditazioni su molti autori di ascetica e mistica.
La sua è la teologia dell’amore divino che si manifesta all’uomo nella Provvidenza, nell’Incarnazione e nella Redenzione; un amore che si produce e si realizza in ogni uomo attraverso la Grazia ed è suscettibile di sempre maggiore perfezionamento. Solo col peccato possiamo rompere questa comunione di amore, il cui vertice si concretizza nell’abbandono sereno e fiducioso ai divini voleri e nell’accettazione di ogni avvenimento, comprese le tribolazioni e le sofferenze. Mezzi efficaci per arrivarci sono la preghiera semplice e affettuosa, il senso della presenza di Dio, la Confessione e la Comunione.
La virtù della carità, perno della vita devota, deve essere circondata dalle altre virtù, tra le quali, consiglia il santo, «si scelgano di preferenza quelle più conformi agli obblighi del proprio stato, non quelle più conformi al proprio gusto». Francesco di Sales ci dimostra che le vie della santità sono alla portata di tutti, pur nella conservazione della propria personalità e nel rispetto della individualità. I piccoli esercizi quotidiani, la vita ordinaria vissuta nell’adempimento del proprio dovere possono essere il “mazzetto” di atti di amore con cui l’uomo realizza la sua unione con Dio.
Fra i dottori della Chiesa più vicini ai nostri tempi e più letti c’è sicuramente sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), uno di quegli uomini apostolici che con la loro parola ardente convertirono i peccatori, eccitarono al fervore i tiepidi, spronarono i buoni verso una santità autentica.
La vita spirituale è da lui concepita come un’ascesi sorretta e potenziata dalla preghiera e fondata sull’amore di Gesù che impone il distacco dai beni caduchi, la mortificazione della volontà (assai più che le penitenze corporali e i cilici) e un’attività di opere che va dalla intensa vita sacramentale alla sollecitudine della carità e persegue la consapevole uniformità al volere divino. Tra le opere più note del Liguori – a parte quelle di natura teologica che gli hanno guadagnato un’indiscussa autorità – sono le Massime eterne, le Canzoncine spirituali (tra cui la notissima “Tu scendi dalle stelle”), Le glorie di Maria, la Pratica di amar Gesù Cristo che in poco tempo superò le cinquecento edizioni.
Ed ora, più vicina a noi per tanti versi, la santa che Giovanni Paolo II nell’ottobre 1997 proclamò Dottore della Chiesa, la giovanissima carmelitana Teresa del Bambino Gesù (1873-1897). La sua Storia di un’anima ci fa comprendere il suo concetto di santità: «Per diventare una santa», scrive, «bisogna soffrire molto, ricercare sempre il massimo della perfezione e dimenticare se stessi». Poi dichiara: «Dio mio, io scelgo tutto. Non voglio essere una santa a metà, non ho paura di soffrire per te, se temo qualcosa è solo di tenermi la mia volontà: prendila, perché io scelgo tutto quello che tu vuoi».

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